domenica 8 ottobre 2017

Un sacrario per le vittime di Lampedusa: “Onorare i morti salvando i vivi”


Sono passati esattamente quattro anni dalla tragedia di Lampedusa: 366 vite di giovani profughi spazzate via quando erano ormai a un passo dalla salvezza. L’agenzia Habeshia, rilanciando una proposta già formulata nel marzo 2016, torna a chiedere che venga realizzato un sacrario per ricordare questa tragedia.
La strage, in quell’inizio di autunno 2013, scosse la coscienza di tutti, urlando in faccia al mondo l’odissea dei migranti e, in particolare, il calvario del popolo eritreo, oppresso da una dittatura feroce. Erano eritree, infatti, quasi tutte quelle 366 vittime. Sulla scia del dolore e della commozione, cambiarono la sensibilità e la percezione stessa del problema dei migranti nel cuore e nella mente della gente e nelle scelte della politica europea e italiana. Nacque proprio da qui Mare Nostrum, la prima missione della Marina italiana concepita con il mandato specifico di salvare vite nel Mediterraneo.
E’ stata, purtroppo, una nuova sensibilità di breve periodo. Si è cominciato a dire che Mare Nostrum costava troppo e dopo un anno esatto se ne è decisa la chiusura, come se fosse possibile valutare in euro il valore della vita umana. E via via si è come fatta l’abitudine a stragi uguali, se non più gravi, di quella di Lampedusa: i morti, migliaia di morti, come routine che non fa neanche più notizia. Così ora, a quattro anni di distanza, c’è un clima completamente diverso rispetto alla mobilitazione di quei giorni: la politica di apertura e accoglienza che si era fatta strada per non rendere vano il sacrificio di quei 366 giovani, ha lasciato il passo a una politica opposta, fatta di chiusura e respingimenti. Di egoismo gretto anziché di umana solidarietà, sordo al grido d’aiuto che sale da tutto il Sud del mondo.
In questo clima, rischia di diventare una cerimonia vuota e stanca anche la Giornata della memoria per le vittime dell’emigrazione, istituita dal Parlamento italiano nel marzo del 2016. Se ne è avuto un segnale anche il 3 ottobre scorso a Lampedusa, nel quarto anniversario della strage. Non manca chi dà ancora grande, concreto valore a questa ricorrenza. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, o la ministra Valeria Fedeli, ad esempio, hanno ribadito tutta la propria disponibilità a riempire di contenuti questa data, ascoltando con partecipazione, in particolare, la voce dei numerosi sopravvissuti e familiari delle vittime che si sono dati appuntamento sull’isola. Ma altri rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee si sono limitati a una visita fugace, senza neanche incontrare i primi protagonisti del naufragio, i superstiti e le famiglie di chi non c’è più. Forse perché non sarebbe stato facile spiegare a chi ha subito sulla propria pelle o sulla pelle dei propri cari le pene terribili provocate dai ”muri” della Fortezza Europa, come mai si è tornati ad alzarli, questi “muri”, anziché abbatterli come era stato promesso e dimenticando gli impegni presi dopo la strage.
E’ proprio a fronte di tutto questo che l’agenzia Habeshia ha deciso di riformulare la proposta avanzata nella primavera del 2016 al Presidente della Repubblica e ai presidenti del Senato e della Camera: realizzare un sacrario dove riunire i resti delle 366 vittime del naufragio, oggi sparsi in diversi cimiteri della Sicilia. Fare riposare insieme quelle donne e quegli uomini in un unico luogo: farli riposare insieme come insieme, purtroppo, sono morti e come insieme, fino a quella tragica alba, hanno accarezzato il sogno di una vita libera e dignitosa, un futuro migliore per sé e per i propri figli. “Tutti insieme – ha scritto già allora Habeshia – in un unico luogo: un piccolo sacrario dell’immigrazione, dove pregare, portare un fiore, riflettere. Se possibile, proprio nel cimitero di Lampedusa o, altrimenti, in una città della Sicilia, magari uno di quei porti dove sono arrivati e continuano ad arrivare migliaia di giovani che inseguono le stesse speranze dei fratelli che li hanno preceduti e che non ce l’hanno fatta”.
La proposta ha incontrato a suo tempo un certo interesse ed ha cominciato a muovere i primi passi. Poi, a poco a poco, si è arenata. Nella richiesta formulata nel 2016 si diceva che a dettarla erano essenzialmente due considerazioni:
– “La prima nasce da una esigenza di umana pietà: dare ai familiari, ai parenti, agli amici delle vittime un punto di riferimento dove poter elaborare il lutto: piangere e ricordare i propri cari per quel bisogno naturale, radicato in ogni cuore, di mantenere vivi certi legami affettivi al di là della morte stessa”.
– La secondo è la convinzione che “proprio questo piccolo sacrario può conferire più consistenza e spessore alla Giornata della Memoria, dando voce e concretezza all’esigenza di legare i ricordi a luoghi, episodi, circostanze, persone. In una parola, a un simbolo capace di riassumere i sentimenti e, insieme, il senso di giustizia che ciascuno porta con sé in un angolo della propria coscienza”.
– A queste due si aggiunge ora una terza considerazione: quel sacrario, ovunque venga fatto, resterà un monito su quello che provoca, giorno per giorno, anno dopo anno, la politica di chiusura e respingimento adottata dalla Fortezza Europa nei confronti dei profughi e dei migranti. Il monito che il modo migliore per onorare i morti è salvare i vivi e un richiamo costante ai valori di libertà, solidarietà, uguaglianza, giustizia, che sono il fondamento della Costituzione Repubblicana e dell’idea stessa d’Europa: l’essenza del nostro “stare insieme”.
“Habeshia è certa di interpretare, con questa richiesta, il sentire comune e la volontà di tutti i familiari e gli amici delle vittime. Le vittime di Lampedusa in particolare, ma anche le altre decine di migliaia che si sono perse nel Mediterraneo in questi anni. Di più: accogliere questa richiesta sarebbe certamente un segnale molto significativo anche per tutte le donne e gli uomini che, nella loro fuga per la vita dall’Africa e dal Medio Oriente, sperano di trovare accoglienza in Europa o, più in generale, nel Nord del mondo, per salvarsi da guerre, terrorismo, persecuzioni, siccità e carestia, disastri ecologici e ambientali, fame e miseria endemica. E, nel caso specifico dell’Eritrea, da cui venivano ben 360 delle 366 vittime del tre ottobre 2013, un monito costante dell’inferno in cui la dittatura ha precipitato il paese e la sua gente”.

Così si concludeva la richiesta inviata nel 2016: non c’è bisogno di aggiungere altro.

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