martedì 20 giugno 2017

Ius soli: una porta verso il futuro

Agenzia Habeshia
Ius soli: una porta verso il futuro 
E’ preoccupante la piega che ha assunto tra i partiti politici la polemica sullo ius soli a proposito della nuova legge sulla cittadinanza in discussione al Senato dopo essere stata approvata alla Camera alla fine del 2015. E’ un tema importante: si tratta della vita di migliaia di bambini e ragazzi e si tratta di allineare l’Italia a gran parte dei Paesi europei, senza contare l’intero continente americano, a cominciare dagli Stati Uniti e dal Canada. Eppure – nonostante il ritardo sia già enorme, visto che l’ultima legge italiana sulla cittadinanza risale al 1992 – nella maggior parte dei casi si va avanti per slogan e per barricate. Con tutta una serie di no. E il peggio è che si ha come l’impressione che non ci si renda conto di cosa significhino, in concreto, tutti questi no.
Negare la realtà e negare uno dei diritti umani fondamentali: questo significa, innanzi tutto, dire no alla ius soli. La realtà che il mondo intero va verso una società multietnica e multiculturale. Il diritto di ciascuna persona di non subire discriminazioni di alcun genere, qualunque sia il colore della sua pelle, il credo religioso, le idee politiche, il luogo di provenienza, ecc. Significa, in altri termini, rimanere ancorati a un “diritto del sangue” anacronistico, di sapore razzista e non a caso difeso con forza dal fascismo, che su questa base è arrivato a ipotizzare delitti contro la stirpe “ariano-romana”. E’ risibile l’obiezione che si tratta di “difendere l’italianità” e “l’integrità della cultura italiana”. I ragazzi a cui è indirizzato lo ius soli parlano italiano, pensano italiano, sono di cultura italiana, si sentono italiani ed europei. Con una mentalità aperta al mondo e senza pregiudizi. Ovvero, non solo non minacciano ma arricchiscono “l’essere italiani” oggi.
Già oggi i genitori di questi ragazzi a cui è negata la cittadinanza stanno dando un grande contributo a questa Italia che nega il futuro per i loro figli. I 2,3 milioni d’immigrati che lavorano in Italia hanno prodotto nel 2015 ben 127 miliardi di ricchezza (8,8% del valore aggiunto nazionale). Il contributo all'economia di lavoratori stranieri si traduce in quasi 11 miliardi di contributi previdenziali pagati ogni anno, in 7 miliardi di Irpef versata, in oltre 550 mila imprese d’immigrati che producono ogni anno 96 miliardi di valore aggiunto. Di contro, la spesa pubblica italiana destinata agli immigrati è pari all’1,75% del totale. Grazie a loro lo stato paga 640 mila pensioni, gli immigrati in cambio ricevono ogni giorno tanti attacchi e insulti di ogni genere oltre che essere criminalizzati in ogni dove, tutto questo per un paese che si ritiene civile è uno spettacolo indegno e desolante.
Ecco, dire di no allo ius soli significa non capire quello che è già il “presente” del nostro Paese. Perché già oggi la “società giovane”, quella dei nostri ragazzi, è una società multietnica, che vede nelle linee di confine un punto di incontro e confronto: non di isolamento e chiusura. Lo dimostra in particolare la scuola, frequentata da migliaia di alunni arrivati in Italia quando erano piccolissimi o che addirittura in Italia ci sono nati, da genitori immigrati e ormai inseriti a pieno titolo nella nostra società, contribuendo in grande misura all’economia del Paese.
Sono tanti questi bambini e ragazzi “stranieri”: secondo uno studio della Fondazione Moressa su dati Istat, in tutto risultano circa 1 milione e 65 mila. E 634.592 quelli nati in Italia da madri straniere, a partire dal 1999. Tantissimi studiano: secondo i dati ministeriale, nell’anno scolastico 2014-15 ne risultavano iscritti 814.187 dei quali 291.782 alle scuole primarie (10,4 per cento del totale); 167.068 nella scuola media di primo grado (9,6 per cento); 187.357 nella media di secondo grado (7 per cento); 167.980 nelle scuole dell’infanzia (10,2 per cento). Giovani e giovanissimi che faranno parte, anzi, saranno essenziali per l’Italia di domani. Molti di loro, ad esempio, potrebbero diventare i migliori “ambasciatori” dell’italianità e della “proposta italiana”, lanciando un ponte tra la Penisola e i Paesi d’origine: nella cultura, ad esempio, o nell’università e nella ricerca, nella diplomazia, nei piani di sviluppo e cooperazione, nei programmi economici, nello stesso processo di integrazione dei migranti che, in un mondo sempre più “piccolo” e globalizzato, sicuramente continueranno ad arrivare. Ci sono già esempi importanti in questo senso: negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito, in Francia… Del resto è accaduto esattamente lo stesso con le comunità dei milioni di italiani che, nel tempo, le circostanze e le necessità della vita hanno sparso in tutto il pianeta.
Chiudere la porta in faccia a questi ragazzi, negando lo ius soli, significa allora anche voltare le spalle al futuro. Significa condannare l’Italia a una gretta, miope mentalità localistica, chiusa, egoista, sospettosa. A farne un paese sempre più fermo, spento, avvitato su se stesso. Un paese senza domani. Vecchio. La battaglia, allora, non è solo per la sorte dei ragazzi stranieri nati o arrivati piccolissimi in Italia: è per tutti i giovani del nostro paese. Per come vogliamo che sia l’Italia di oggi e soprattutto quella di domani. 

                          Don Mussie Zerai

lunedì 19 giugno 2017

International cooperation and governance of migration in all its aspects


Statement by Reverend Father Michael Czerny, Undersecretary of the Migrant and Refugee Section of the Holy See Third Thematic Session on the Global Compact for safe, orderly and regular migration Panel 1: “International cooperation and governance of migration in all its aspects” Geneva, 19 June 2017

 My Delegation wishes to welcome once again the two co-facilitators and the Special Representative for International Migration. I also would like to thank the panelists for their thoughtful presentations.

 The Holy See has repeatedly stressed the conviction that, before the divisions of borders, we are one human family and it has called for a greater humanization of the global movement of people. As Pope Francis reminds us “migration, if handled with humanity, is an opportunity for everyone to meet and grow” (Interview on the struggles of migrants and refugees, 28 March 2017). Indeed, it is an opportunity for everyone, since in today’s world, human mobility touches many aspects of our life!

Through the New York Declaration (NYD), States acknowledged a “shared responsibility to manage large movements of refugees and migrants in a humane, sensitive, compassionate and people-centered manner” reaffirming that “international cooperation among countries of origin or nationality, transit and destination has never been more important; “win-win” cooperation in this area has profound benefits for humanity” (NYD, 19 September 2016, para. 11).

To this end, Pope Francis encouraged the implementation of programs of international cooperation, free from partisan interests, and programs of transnational development which involve migrants as active protagonists and which are grounded in the dignity and centrality of the human person (cfr., Address of Pope Francis to the International Forum on Migration and Peace, 21 February 2017).

Mr. Chair,
Indeed, the scale of migration movements is such that only a systematic, comprehensive and active cooperation between States, civil society, international organizations and the private sector can be effective in adequately managing such movements. In this regard, the experience of the Catholic Church, through its wellestablished network of associations on the ground worldwide, for example the ICMC and 2 Caritas, has been making considerable efforts in responding to Pope Francis’ call for a “globalization of solidarity”.

But to be fruitful in the long term, as acknowledged in the Sutherland report “international cooperation in this area must take the interests of all legitimate actors… As long as there are stakeholders for whom the system is not working, they will at best ignore it or worse, undermine it” (cfr., Report of Special Representative of the Secretary-General on Migration, 3 February 2017, n. 90). “States will have a much better chance of reasserting control over who enters and stays on their territory if they work together, rather than unilaterally, thereby facilitating safe and legal migration” (Ibid, Summary).

In this regard, it is a moral imperative that we are all united in preventing smugglers and human traffickers from taking advantage of people in desperate and vulnerable situations. These criminal networks, exploiting the suffering of many, are an affront to human dignity. The Holy See encourages expanded legal avenues for migrants, asylum seekers and refugees. Only if we can present people with a real option for a safe, regular, and orderly migration, and if we strive to create the proper conditions for an integral human development “at home”, will we finally defeat these traffickers of human flesh.

Indeed, human mobility is a reality of our time and it needs to be approached and managed in a forward-looking manner through international cooperation and in a spirit of profound solidarity and compassion. Such cooperation must consider not only the orderly movement of people and consider the short-term humanitarian assistance, but also the countries of origin, encouraging to “create better economic and social conditions at home, so that emigration will not be the only option left for those who seek peace, justice, security and full respect of their human dignity” (cfr., Pope Francis, Message for the 100th World Day of Migrants and Refugees, 5 August 2013).

Mr. Chair,
The increased number of people on the move is a sign of an unregulated globalization, of socioeconomic imbalances, and, regrettably, too often connected with violence. Through international cooperation, based on common values, complementarity of policies and decisions, migrants’ potential and talents may be opened for the benefit of all.

Thank you, Mr. Chair.

giovedì 8 giugno 2017

Profughi, i libici sparano a vista e passano all’incasso



di Emilio Drudi



In pratica è una confessione. La Marina libica, cercando di giustificarsi per un “incidente” con la Guardia Costiera italiana, ha ammesso che le disposizioni per fermare le barche dei migranti nel Mediterraneo prevedono anche di prenderle a raffiche di mitra.

L’incidente è avvenuto intorno al 23 maggio: una motovedetta libica ne ha intercettata una italiana, la Cp 288 con base a Genova ma dislocata nel Canale di Sicilia, e le ha intimato di fermarsi e spegnere le macchine. In acque internazionali e, dunque, senza alcuna autorità per imporre un ordine del genere. Il nostro guardacoste ovviamente non ha obbedito, dando anzi maggior forza ai motori. Quello di Tripoli ha cercato di inseguirlo e poi, non riuscendo a raggiungerlo, ha aperto il fuoco: raffiche di proiettili non in aria, a scopo intimidatorio, ma sparate basse, per colpire, a pelo d’acqua e ad altezza dello scafo. E, in effetti, la Cp 288 è stata colpita, nella parte destra della poppa. Solo per caso non ci sono stati feriti.

Il comando della Guardia Costiera a Roma non ha fatto parola dell’incidente ma deve quanto meno aver inviato una nota di protesta a Tripoli. Un paio di giorni dopo sono arrivate le scuse, asserendo che si era trattato di un errore. L’equipaggio libico, cioè, avrebbe scambiato la motovedetta italiana per un barcone di migranti, magari con dei trafficanti a bordo, e così, vedendola allontanarsi, ha fatto fuoco. Come a dire: “Non volevamo colpire voi ma i migranti”. Perché deve essere considerato lecito, anzi, doveroso, sparare su una barca di migranti, nonostante si tratti sempre di natanti fatiscenti, autentiche carrette del mare, assolutamente disarmate e innocue. Per dirla in modo ancora più esplicito, evidentemente c’è l’ordine di fermare con ogni mezzo i battelli dei disperati in fuga da guerra e fame: anche a raffiche di mitraglia e se poi qualcuno resta ferito o ucciso, pazienza…

E’ la conferma di quell’uso estremo della forza, da parte della Marina di Tripoli, denunciato a più riprese dalle Ong nelle ultime settimane. Uso estremo che mette a rischio sia la vita dei migranti che dovrebbero essere portati in salvo, sia quella degli uomini delle Ong impegnati nel Canale di Sicilia, quelli sì, a salvare migliaia di vite umane. Il caso più clamoroso, prima dei colpi esplosi contro la Cp 288, è stata la sparatoria raccontata e documentata dalla Ong tedesca Jugend Rettet, con tanto di foto di militari libici con i mitra spianati per minacciare i profughi ammassati su un gommone: una vicenda poi confermata dalla testimonianza di Medici Senza Frontiere e di Sos Mediterranee, presenti in quel tratto di mare con la nave Aquarius. Meno di due settimane prima, invece, c’era stato lo speronamento sfiorato della nave di Sea Watch, ad opera di una motovedetta, per impedirle di raggiungere il battello di cui stava iniziando il soccorso, sempre in acque internazionali, dopo aver comunicato l’operazione alla centrale di coordinamento romana della Guardia Costiera.

Non solo. Andando indietro nel tempo, non mancano altri gravi episodi: veri e propri assalti contro unità di soccorso o natanti carichi di profughi. Hanno destato una enorme sensazione, ad esempio, le raffiche sparate all’altezza del posto di comando e poi l’abbordaggio subito dalla Aquarius, di Medici Senza Frontiere, l’estate scorsa; oppure l’attacco che ha portato al naufragio di un gommone, con decine tra morti e dispersi, nell’ottobre 2016, di fronte agli occhi dell’equipaggio della nave Sea Watch 2, impossibilitato a intervenire, al largo di Sabratha. Per non dire del barcone stipato di famiglie siriane, andato a picco nell’ottobre del 2013, una settimana dopo la tragedia di Lampedusa, proprio per i danni provocati dai proiettili allo scafo, sotto la linea di galleggiamento: una delle tragedie più gravi avvenute nel Mediterraneo, con centinaia di vittime, abbandonate a morire in mare perché per ore nessuno ha deciso, tra Italia e Malta, chi doveva farsi carico dei soccorsi, tanto che ora è in corso una inchiesta per omicidio plurimo, su iniziativa della Procura di Agrigento.

All’indomani dei nuovi accordi tra Italia e Libia, che fanno della Guardia Costiera di Tripoli il gendarme a pagamento contro l’immigrazione nel Mediterraneo, si è detto che episodi come la sparatoria subita dalla Aquarius e dal barcone dei rifugiati siriani o operazioni violente come quella segnalata dalla Sea Watch 2 di fronte a Sabratha, non si sarebbero più verificati, grazie alle rigide “regole d’ingaggio” dettate alla Marina libica dall’Italia e dall’Europa e grazie al nuovo addestramento della Guardia Costiera di Tripoli, affidato proprio all’Italia. Federica Mogherini, commissario Ue per la politica estera, lo ha ribadito anche dopo le ultime, pesanti denunce di Medici Senza Frontiere, Sos Mediterranee e Jugend Rettet: “Abbiamo raccomandato alla Marina libica – ha assicurato – di attenersi ai più alti standard di rispetto dei diritti umani”. L’incidente che ha coinvolto la Cp 288 italiana dimostra in quale considerazione vengano tenute queste raccomandazioni: sparare ad alzo zero resta la norma, sia in mare da parte dei militari imbarcati sui guardacoste, sia – come hanno raccontato numerosi profughi – a terra, da parte della polizia o delle varie milizie libiche, lungo la linea di confine nel Sahara, nei posti di blocco, nei centri di detenzione. Senza contare, a proposito delle operazioni nel Mediterraneo, che la Guardia Costiera, pur facendo capo formalmente al Governo di Tripoli, è tutt’altro che una organizzazione compatta e soggetta a un reale comando centrale. Non solo: inchieste giornalistiche hanno evidenziato che i comandanti di diversi distaccamenti dislocati nei singoli porti si sarebbero creati una sorta di potentato personale, agendo “in proprio” o quanto meno con un largo margine di “indipendenza”, in base al clan o alla tribù di appartenenza. Qualcuno, anzi, è sospettato di essere sul libro paga o comunque in collegamento con gruppi di trafficanti, per cui agirebbe in modo da contrastare solo il “mercato di uomini” o il contrabbando di petrolio gestiti da certi clan, lasciando campo libero ai clan “amici” o alleati.

Eppure è a questa Guardia Costiera e, più in generale, a questo sistema di sicurezza che l’Europa e l’Italia hanno affidato il compito di bloccare i migranti in Africa, fornendo navi, elicotteri, mezzi blindati e fuoristrada, sistemi elettronici di controllo, armi, finanziamenti. Tutto quello che vogliono, insomma, purché svolgano il compito di “difendere” dai migranti i confini della Fortezza Europa. L’ultima conferma è venuta dal G-7 di Taormina, che ha avallato in pieno la politica dei muri e dei respingimenti ad ogni costo. Anzi, l’uso delle armi per fermare i profughi in mare aperto, provato dalla sparatoria subita persino da un guardacoste italiano, non solo non ha avuto strascichi ma, forte di questo “silenzio” interpretabile come un sostanziale via libera, la Marina libica, a proiettili ancora “caldi”, ha addirittura chiesto all’Italia forniture maggiori di quelle programmate con il memorandum firmato a Roma il 2 febbraio, sollecitando l’invio di pezzi di ricambio, mezzi tecnici e assistenza per la manutenzione e la piena efficienza della flotta di 10 motovedette che gli è stata consegnata. Come dire, una collaborazione totale, nel contesto di una attività che – secondo diversi osservatori – già si svolge ormai sotto il coordinamento di Roma.

Si tratta, oltre tutto, di forniture che valgono milioni di euro. Ma sono anni, ormai, che i finanziamenti per esternalizzare le frontiere europee, spostandole sempre più a sud e affidandone la vigilanza ad una serie di Stati africani, vengono trovati con una specie di gioco di prestigio, attingendo magari ai fondi per la cooperazione e lo sviluppo dell’Africa. E’ già accaduto nel recente passato, ad esempio, con il Sudan e l’Eritrea, si è ripetuto negli ultimi mesi con la Libia e, proprio in questi giorni, con il Niger, al quale sono stati destinati 610 milioni da parte dell’Unione Europea e 50 dall’Italia, con il mandato di sigillare le frontiere settentrionali, varcate negli ultimi anni da centinaia di migliaia di migranti diretti verso i porti d’imbarco a ovest di Tripoli. Cosa c’entri con lo sviluppo il lavoro sporco di blindare la Fortezza Europa è difficile capirlo. Il corto circuito è evidente: si dice che i fondi per la cooperazione servono a creare le condizioni per cui i profughi non debbano essere più costretti ad abbandonare il proprio paese – ad “aiutarli in Africa”, per usare uno slogan di moda – ma poi si tagliano proprio questi fondi per armare le forze di sicurezza dei paesi di transito o, peggio, di Stati come l’Eritrea, il Sudan, l’Egitto, la Nigeria… Gli stessi Stati, cioè, dai quali i migranti sono costretti a fuggire. Con la finzione che sarebbero improvvisamente diventati “sicuri”.









Tratto da: Diritti e Frontiere