venerdì 1 dicembre 2017

Don Zerai: “A Calais è di nuovo jungla: morto il senso stesso di umanità”  




di Emilio Drudi



Dormono all’aperto tra le dune, accampati alla meglio nella boscaglia, cercando di ripararsi dal freddo con qualche coperta. I più fortunati con un sacco a  pelo. Sono giovani e la dura esperienza di profughi li ha abituati a sopportare. Ma le lunghe notti sulla Manica sembrano non finire mai. E poi si dorme sempre con un occhio solo, pronti a svegliarsi e a scappare. Perché spesso, all’alba, la polizia irrompe in questi campi improvvisati e non fa complimenti. “Basta un niente, il minimo cenno di resistenza – ha raccontato qualcuno di loro – per essere trattati a spintoni, a colpi menati a caso… A spruzzi di spray urticanti, dolorosi, sul viso e sugli occhi”.

E’ la nuova jungla di Calais, in Francia, come l’ha trovata don Mussie Zerai, che è stato quattro giorni sul posto, dal 20 al 24 novembre, per rendersi conto di persona della realtà che gli era stata segnalata e descritta a più riprese, negli ultimi mesi, da alcuni ragazzi eritrei. La prima jungla è stata smantellata giusto un anno fa: le ultime operazioni di sgombero e trasferimento risalgono al novembre 2016. Dopo anni di sostanziale inerzia, le istituzioni furono costrette a intervenire, sulla scia delle proteste di numerose Ong, francesi e internazionali, e della denuncia di un vasto comitato d’opinione promosso da uomini di cultura, attori, giornalisti, operatori umanitari, associazioni, politici, gruppi di cittadini, che si sono rivolti alla magistratura per far rispettare i diritti degli oltre settemila migranti bloccati intorno a Calais, dove erano arrivati col miraggio di passare in Inghilterra. Per chiudere quella enorme bidonville sono stati organizzati campi di accoglienza in tutta la Francia e, di pari passo con i  trasferimenti, si è demolita, pezzo dopo pezzo, l’enorme jungla di tende e baracche. Tuttavia, la fine dell’assedio a Calais da parte dei disperati in cerca di una via per arrivare nel Regno Unito, non è durata a lungo. Altri profughi sono comparsi, sempre più numerosi, già nelle settimane immediatamente successive alle ultime evacuazioni. Oggi sono centinaia. Censimenti ufficiali non ce ne sono, ma alcuni volontari dicono quasi duemila. Certamente più di mille.


“Si tratta in buona parte di giovanissimi – spiega don Zerai – Minorenni non accompagnati, spesso approdati qui dopo una fuga durata mesi o addirittura anni. Soprattutto eritrei, etiopi, afghani. Ragazzini costretti a vivere all’aperto, per strada, dove capita. Ad avere come tetto soltanto un telo o un cespuglio tra le dune anche in questi giorni di freddo e pioggia. Per lo più sono ‘dublinati’: giovani, cioè, espulsi da vari Stati europei in base al regolamento di Dublino. Dalla Germania, ad esempio. O dalla Svizzera e dai paesi nordici. Sono arrivati e continuano ad arrivare a Calais come all’ultima spiaggia: per provare a salire di nascosto su un treno dell’Eurotunnel o per cercare un imbarco di fortuna al porto. Esattamente come prima, ai tempi della vecchia jungla, quando decine di rifugiati hanno perso la vita nel tentativo disperato di passare: almeno una sessantina dal 2014 fino allo smantellamento della bidonville. Perché superare la Manica da clandestini è molto difficile. Anzi, ormai è quasi impossibile. Così si è creato di nuovo un imbuto enorme. Un imbuto chiuso che si allarga sempre di più, alimentato da una umanità disperata e in balia di tutti. In balia anche di criminali che approfittano di questa sacca enorme di disperazione per alimentare, con quei ragazzi, i giri d’affari più sporchi: lavoro-schiavo, prostituzione, mercato del sesso. Sono proprio i più giovani ad essere i più esposti. Ma non sanno a chi rivolgersi. Le istituzioni li trattano come un ‘problema di sicurezza’, gente di cui disfarsi e da allontanare. La polizia si comporta di conseguenza. Non a caso tutti i migranti ne hanno paura. A quanto mi hanno raccontato, gli agenti avrebbero un atteggiamento duro e intimidatorio anche per un semplice controllo e ricorrerebbero spesso a una violenza assurda, per i motivi più futili o addirittura senza motivo”.

Queste violenze, secondo molti giovani ascoltati da don Zerai, si verificherebbero ovunque. “Capita spesso – afferma don Zerai riferendo appunto alcune testimonianze – che i campi di fortuna nella boscaglia siano evacuati con la forza. All’alba vengono circondati e poi squadre di agenti entrano tra i ripari di teli e coperte. Mi dicono che basta un niente per subire prepotenze o magari essere picchiati. ‘Quando ci fermano – mi hanno specificato alcuni ragazzi – certi poliziotti sembra quasi che si divertano a maltrattarci mentre altri, sia uomini che donne, tutti in divisa, assistono senza fermarli. Anzi, magari ridono, come se si divertissero a loro volta’. Se questi racconti hanno fondamento, sarebbe un fatto gravissimo. Si parla di violenze commesse da uomini in divisa che rappresentano lo Stato e che dovrebbero tutelare le persone più deboli, garantendone i diritti e la dignità. Occorre allora verificare, indagare, aprire un’inchiesta ufficiale. Denunce del genere, insomma, non possono essere lasciate cadere nel nulla…”.


Questo clima di violenza si ripeterebbe anche in piena Calais. Don Zerai: “In città i profughi si riuniscono nei punti in cui c’è la possibilità di avere accesso libero alla connessione internet. Per loro è essenziale: è l’unico modo che hanno di contattare i familiari. Alcune formazioni di estrema destra non li vogliono in città e non di rado organizzano vere e proprie spedizioni punitive per scacciarli a furia di calci e pugni, bastonate. Si respira, insomma, un’atmosfera di ostilità e tensione. E, tra i profughi, di grande insicurezza. La polizia interviene spesso, ma non sembra contribuire granché a risolvere questi problemi. Anzi… Mi dicono, ad esempio, che anche in occasione dei pestaggi condotti da quei naziskin, non sempre gli agenti trattano i migranti come le vittime, ma come ‘parte del problema sicurezza’. E quando, per un qualsiasi motivo, decidono di disperdere i gruppi di stranieri, se qualcuno accenna a resistere, i loro metodi, già bruschi, sfociano nella violenza. Alcuni ragazzi hanno riferito che qualche volta sarebbero stati esplosi persino dei colpi di pistola. Sembra incredibile che possano essersi verificati episodi del genere, ma sono portato a credere che le denunce che ho ricevuto abbiano un fondamento. Sembrano provarlo diversi giovani con le braccia o le gambe spezzate. Li ho ascoltati di persona e mi hanno assicurato che quelle fratture sono il frutto delle percosse subite. Un modo di fare inconcepibile, che sembra aver creato un vero e proprio stato di terrore. Una paura istintiva, che spinge a scappare anche di fronte a un semplice alt per un controllo, nel timore di essere fermati o altro. Ovunque capiti e spesso esponendosi a rischi terribili. Come saltare la recinzione e attraversare di corsa l’autostrada. Mi hanno detto che proprio in una circostanza del genere una ragazza sarebbe morta, travolta e uccisa da un’auto…”.

Ai tempi della “jungla 1”, quando intorno a Calais vivevano accampati oltre 7 mila migranti, c’era una vasta mobilitazione di volontari e associazioni umanitarie per assicurare un minimo di assistenza. “Ci sono ancora – rileva don Zerai – Non così numerosi come allora, ma ci sono. Anche per loro, però, è tutto molto più difficile. L’amministrazione locale, di destra, ha emanato un’ordinanza che impone il divieto assoluto di distribuire ai rifugiati cibo e bevande; di organizzare alloggi per dormire, sia pure di fortuna; di predisporre strutture elementari, come servizi igienici e docce. Le associazioni si sono mobilitate, facendo ricorso al Tribunale, e qualcosa l’hanno ottenuto. Molto meno, tuttavia, dei tempi della “jungla 1”. Oggi non c’è una sola mensa né un luogo dignitoso dove poter mangiare. Ci sono unicamente dei punti di distribuzione all’aperto, quasi sempre in zone isolate e lontano dal centro di Calais. Lontano da tutto e da tutti. E’ stato predisposto un locale docce, ma si ha diritto di accedervi una sola volta alla settimana e con turni di appena 6 minuti a persona. E ci sono distribuzioni periodiche di sacchi a pelo, coperte, vestiti pesanti, organizzate dalla Caritas e da gruppi laici. Spesso però, con l’evacuazione e lo smantellamento dei campi improvvisati, i ragazzi perdono tutto, perché la polizia non esita a distruggere tende, giacigli, masserizie. Perfino i telefonini. E’ un calvario. E con il freddo che è ormai arrivato si pongono gravi problemi di salute: sono tanti i rifugiati febbricitanti e malati, magari di bronchite o di polmonite, ma non sanno a chi rivolgersi, se non all’aiuto dei volontari”.


E’ un quadro che richiama quello della prima jungla, che ha suscitato un moto di indignazione generale ma che sembrava ormai “archiviata”, finita per sempre. “E’ così – conclude don Zerai – E fa rabbia pensare che proprio qui a Calais, dove accade tutto questo, hanno investito milioni di euro per costruire muri lungo l’autostrada e intorno all’area portuale, per impedire di accedere al transito verso l’Inghilterra, ma non si è speso nulla per creare un sistema di accoglienza e assistenza dignitoso. L’ordine sembra uno solo: quello di allontanare i migranti a ogni costo. Eppure, insisto su questo, si tratta in maggioranza di soggetti estremamente vulnerabili: ragazzi minorenni, spesso ragazzini e ragazzine di appena 14 o 15 anni, esposti ad ogni rischio. Quel poco di assistenza che c’è si deve esclusivamente alla Chiesa Cattolica e a una serie di organizzazioni laiche che si battono contro l’indifferenza e il pregiudizio anti migranti. Senza di loro, a Calais, nella civilissima Francia, i diritti alla base della democrazia sarebbero definitivamente morti. Di più: sarebbe morto il senso stesso di umanità”.      

mercoledì 15 novembre 2017

Allo stremo migliaia di profughi prigionieri dei trafficanti

Agenzia Habeshia, richiesta di aiuto
Le denuncia dell’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Zeid Raad Al Hussein – che ha definito “inumani” gli accordi per il controllo dell’immigrazione sottoscritti tra l’Europa e la Libia – conferma gli allarmi che l’agenzia Habeshia lancia ormai da anni. Il blocco della rotta del Mediterraneo Centrale – dopo quelli del Mediterraneo Occidentale e Orientale – ha ridotto per il momento il flusso dei profughi e dei migranti dall’Africa verso l’Europa. Ma già si stanno aprendo altre rotte. E, soprattutto, questa diminuzione temporanea degli sbarchi è un risultato conseguito sulla pelle dei migranti. Un risultato, cioè, fatto pagare ai migranti, i soggetti più deboli e indifesi, con sofferenze infinite: torture, maltrattamenti sistematici, stupri e violenze di ogni genere, riduzione in schiavitù. Spesso la vita stessa.
L’ultima conferma dell’autentico girone infernale nel quale gli accordi Europa-Libia e, in particolare, Italia-Libia, hanno intrappolato centinaia di migliaia di disperati, è arrivato ad Habeshia in queste ore. Un giovane esule eritreo residente in Svezia ha ricevuto una drammatica richiesta di aiuto dal fratello minore, anch’egli fuggito per sottrarsi all’immensa prigione in cui la dittatura ha trasformato l’Eritrea. Arrivato in Libia dopo un viaggio denso di pericoli nel deserto, questo ragazzo è stato catturato da una banda di trafficanti. Attualmente è segregato in un capannone-prigione vicino alla costa, in una località che, a quanto ha sentito dire dai carcerieri, dovrebbe chiamarsi Kewsherif. La struttura apparterrebbe a un certo Abdu Selam. Tra quelle mura sono rinchiuse, insieme a lui, centinaia di persone: donne, uomini, numerosi bambini, praticamente abbandonati a se stessi. Da giorni non ricevono cibo e persino l’acqua da bere è scarsa e di cattiva qualità. Nessuna forma di assistenza. Altri 400 prigionieri, dopo aver pagato il riscatto per la traversata del Mediterraneo, sono stati trasferiti in un luogo diverso. Nessuno dei compagni rimasti nel capannone sa dire dove. Molti però hanno avuto notizia che nella zona ci sono numerosi altri lager del genere, con migliaia di detenuti in estremo pericolo e bisognosi di aiuto al più presto.

Il ragazzo che ha segnalato questa ennesima emergenza e alcuni suoi compagni sono raggiungibili ai seguenti numeri telefonici:
– 002189#####940, 002189#####815, 002189#####465, 002189#####790, 002189#####866
Habeshia fa appello all’Unione Europea, ai singoli Stati membri e in particolare al Governo italiano, all’Unhcr, all’Oim perché intervengano al più presto, con ogni mezzo possibile, per rintracciare e mettere al sicuro tutte queste persone.
In attesa della cancellazione degli accordi con la Libia e di una auspicabile, radicale revisione della politica europea sull’immigrazione, è questo l’unico modo per dare una prima risposta concreta al duro, giusto, drammatico richiamo arrivato dall’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani
Agenzia Habeshia 
Roma, 15 novembre 2017

martedì 7 novembre 2017

“How can we support States to receive large numbers of refugees  in a safe and dignified manner?


Statement by H.E. Archbishop Ivan Jurkovič, Permanent Observer of the Holy See  to the United Nations and Other International Organizations in Geneva at the 2nd Thematic Discussion towards a Global Compact on Refugees Panel 2: “How can we support States to receive large numbers of refugees  in a safe and dignified manner?” 17 October 2017



Mr. Moderator,

The generous and admirable responses of those countries that, in spite of their own hardships, have kept their borders and hearts open to welcome refugees, ought to receive tangible and prompt support from the international community. In fact, without this solidarity, it would be impossible to assure “the widest possible exercise of their fundamental rights and freedoms” to which they are entitled1. 

The 1951 Convention clearly states that refugees are a common responsibility of the international community. As a consequence, the international community has to shoulder collectively the responsibility of assisting refugees. Thus, in the distribution of financial resources for development on the part of international institutions, special consideration ought to be given to refugee-hosting countries, for projects that benefit refugees but also “reward” the generosity of local families and communities. After all, these are “investments” in humanity and peace for the sake of the common good.

At the same time, however, while ensuring better preparedness for large movements of refugees, this should not serve as a pretext for “subcontracting” the responsibility for protection to certain countries simply because of their geographical proximity to unstable areas. Nor should it be a justification for the “containment” of movement of refugees, but should truly be an expression of genuine international cooperation and solidarity.

Mr. Moderator,

As Pope Francis reminds us, “defending the inalienable rights of refugees, ensuring their fundamental freedoms and respecting their dignity are duties from which no one can be exempted.”2   A responsible and dignified welcome of refugees “begins by offering them decent and appropriate shelter. The enormous gathering together of persons seeking asylum and of refugees has not produced positive results. Instead these gatherings have created new situations of vulnerability and hardship.”3

                                              

To enable States to receive large numbers of refugees in a safe and dignified manner entails expanding space for asylum, for humanitarian corridors to avoid unbearably long waiting periods, for family reunification, for resettlement and other durable solutions; it also entails promoting alternatives to detention; adopting policies and practices that guarantee religious freedom; raising awareness in public opinion regarding the underlying political causes and the search for peaceful solutions and co-existence.4 

It also means further developing effective partnerships and synergies to help provide medical, educational, and social services upon arrival. In this regard, it is important to include civil society, religious institutions and faith-based communities, as they can readily respond to arrivals and often provide emergency relief.

In sum, as the first U.N. High Commissioner for refugees, Dr. Gerrit Jan van Heuven Goedhart put it: “The essence is to find a little place, which is not just a roof over one's head, not just a place to live in. It is […] a series of elements which together constitute a man's independence and therefore his freedom and his dignity.”5

I thank you, Mr. Moderator.

________________________________________
1 Cf. Preamble of the 1951 Convention Relating to the Status of Refugees.
2 Address of Pope Francis to the International Forum on Migration and Peace, 21 February 2017.
3 Address of Pope Francis, Ibid.
4 Responding to Refugees and Migrants: Twenty Action Points, Migrants and Refugees Section, Holy See’s Dicastery for Promoting Integral Human Development.
5 Address of Dr. Gerrit Jan van Heuven Goedhart, United Nations High Commissioner for Refugees, Oslo, 12 December 1955.

How can we support receiving States to identify persons  in need of international protection?


Statement by H.E. Archbishop Ivan Jurkovič, Permanent Observer of the Holy See  to the United Nations and Other International Organizations in Geneva at the 2nd Thematic Discussion towards a Global Compact on Refugees Panel 3: “How can we support receiving States to identify persons  in need of international protection?” 17 October 2017


Mr. Moderator, 

Best practices and lessons learned do not always stem from positive experiences, but rather quite the contrary. 

When faced with large-scale situations it is important that receiving countries, especially developing ones, be given timely support to scale up or establish appropriate procedures to ensure that those with international protection needs are duly recognized. In this regard, the Delegation of the Holy See wishes to stress that international protection has to be seen as a dynamic and actionoriented function, rather than an abstract concept, aimed at safeguarding the dignity and safety of persons.

The adoption of inadequate or unfairly strict acceptance policies and lengthy modalities for processing asylum claims impacts dangerously on the safety of persons in need of protection, with the end result being increased human suffering. 

Mr. Moderator, 

The securitization of border control and the wellbeing of refugees and asylum seekers should not be seen as a dichotomy, but rather as mutually reinforcing. It is important to adopt inclusive and non-discriminatory national security policies that prioritize the safety and protection of citizens as well as those of refugees and asylum seekers fleeing armed conflict, persecution or widespread violence to find safety quickly by ensuring an expeditious screening and admission process.1

Indeed, an exclusively security-oriented approach ignores the tragedies that force people to seek protection elsewhere. Addressing the problem of identifying persons in need of international protection from the perspective of the uprooted, can help the international community to devise a more comprehensive and humane programme of action. In this regard, arbitrary and collective expulsions can never be a viable option. The principle of “non-refoulement” has to be respected in every case.

Finally, my Delegation wishes to draw attention to the increasing phenomenon of unaccompanied children seeking asylum, especially because this is frequently the direct result of the desperate situation of many families and because it is too often “solved” by an ambiguous system of detention. Could the panelists share some successful examples of policies and mechanisms in the identification of persons in need of protection that allow for greater sensitivity to the needs of refugee families, consistent with ethical legal provisions and practices?

I thank you, Mr. Moderator. 
                                             
 1 Responding to Refugees and Migrants: Twenty Action Points, Migrants and Refugees Section, Holy See’s Dicastery for Promoting Integral Human Development.

How can we support the inclusion of refugees in national systems and services?”


Statement by H.E. Archbishop Ivan Jurkovič, Permanent Observer of the Holy See  to the United Nations and Other International Organizations in Geneva at the 3rd Thematic Discussion towards a Global Compact on Refugees Panel 2: “How can we support the inclusion of refugees in national systems and services?” 18 October 2017



Mr. Moderator, 

While it is important to share the responsibility and burden of refugee reception and resettlement and to rightly stress what States are doing for refugees, it is also fair to ask ourselves: what are refugees doing for the host communities? 

Despite the tragedy and gravity of their situations, refugees bring their talents through knowledge, practical skills, experience, culture and spirituality that can enrich the receiving countries. The Delegation of the Holy See draws attention to the fact that so many are placed “on hold”, often at significant expense to host and donor countries, and wishes to elaborate briefly on two particular aspects that have been raised in the present panel discussion: education and health.

Today, over half of the refugees under UNHCR’s mandate are children, including a staggering 3.5 million refugee children aged 5 to 17 who did not have the chance to attend school last year.1 My Delegation wishes to highlight the critical importance of adopting policies that allow refugee children to access quality education from the early stages of their displacement, in order to protect them from human trafficking, forced labor and other forms of slavery. 

Schools are a form of protection where the safety of children can be monitored and fostered. It is important to enact policies which ensure that the primary and secondary education to which refugees have access meets the same standards of education received by citizens.2 

Mr. Moderator,

The importance of granting access to healthcare is self-explanatory. It is encouraging to hear that legislation is being passed to allow refugees to work, and to access national healthcare and education systems. The right to the enjoyment of the highest attainable standard of health should be exercised through non-discriminatory, comprehensive laws, policies and practices firmly rooted in the centrality of the human person and founded on the right to life.

In this regard, the health and well-being of refugees should not be considered as a separate variable from the health of the host population. The fear that refugees spread infectious diseases finds no evidence and ignores the tragedy of their situation. The integration of refugees into existing national health systems, plans and policies, could also help alleviate certain logistical barriers which have been too often experienced. 

Mr. Moderator, 

Access to education and healthcare inspires hope among refugees and greatly contributes to restoring their dignity. The Delegation of the Holy See wishes to encourage donor States to tailor aid and assistance to include the development of medical, educational, and social services infrastructure in hosting areas. A percentage of such assistance, as well as access to programs and services provided to refugees, could be also set aside for the benefit of local populations experiencing similar disadvantages. 

Let us keep in mind that, after all, the decision of our brothers and sisters to flee their home out of fear and desperation is a leap of faith in the solidarity and unity of the human family.

Thank you, Mr. Moderator

 1 http://www.unhcr.org/news/press/2017/9/59b6a3ec4/unhcr-report-highlights-education-crisis-refugee-children.html
2 Responding to Refugees and Migrants: Twenty Action Points, Migrants and Refugees Section, Holy See’s Dicastery for Promoting Integral Human Development.

Open-ended Intergovernmental Working Group on Transnational Corporations  and Other Business Enterprises with Respect to Human Rights Legal liability – Item 5


Statement by His Excellency Archbishop Ivan Jurkovič  Permanent Observer of the Holy See to the UN and Other International Organizations in Geneva at the Open-ended Intergovernmental Working Group on Transnational Corporations  and Other Business Enterprises with Respect to Human Rights Legal liability – Item 5 25th October 2017


Mr. Chair,
 “The twenty-first century, while maintaining systems of governance inherited from the past, is witnessing a weakening of the power of nation states, chiefly because the economic and financial sector, being transnational, tend to prevail over the political”1. Sometimes, as we will see, these economic entities “exercise more power than States themselves” 2. 

The financial crisis has demonstrated the difficulty of relying on business to voluntarily self-regulate. Economic theory has explained why we cannot rely on the pursuit of self-interest, and the experiences of recent years have reinforced that conclusion. In particular, weak and poor States suffer the consequences of an asymmetry in the international system whereby the rights of business companies are backed up by hard laws and strong enforcement mechanisms, while their obligations are backed up only by soft laws, like voluntary guidelines. Therefore, “there are numerous people, especially immigrants, who, compelled to work ’under the table’, lack the most basic juridical and economic guarantees.”3 Another concern regards the ability of international corporations partially to escape territoriality and carve for themselves an “in-between” existence that evades national legislation. This allows them to navigate national legislations, take advantage of regulatory arbitrage and choose the jurisdictions that may offer the best return in terms of profit. But profit cannot be the only rational goal of business activity. When human rights are neglected, a systemic exclusion of the vulnerable comes about.  What is needed is stronger norms, and stronger laws and regulations to ensure that those who do not behave in ways that are consistent with these norms are held accountable.

 In response to this challenge, it is important to recognize that there are good reasons why international law might devote specific attention to transnational corporations and in particular their accountability for human rights abuses. An international legal instrument has the potential to make corporations criminally, civilly, and administratively liable, while guaranteeing the protection of human rights, providing access to judicial remedy, and adding an important tool for accountability. The protection of human rights is traditionally understood as something within the realm of public law, including constitutional, administrative and criminal law. In this sense, it could be useful to assign to that branch of domestic law a predominant role in upholding human rights vis-à-vis potential corporate abuses. 

 Also of critical importance is the liability of financial institutions incentivizing, supporting, or financing projects that jeopardize the enjoyment of human rights.  The international legal instrument must also take these into consideration and address them. Financial institutions must be held accountable when the projects they promote replicate the devastating effects of corporate violations of human rights.  

 Article 19 of the WHO Framework Convention on Tobacco Controls provides a helpful precedent asking Parties to “consider taking legislative action or promoting their existing laws, to deal with criminal and civil liability, including compensation where appropriate.” It calls for international cooperation between host and home courts, and exchange of information.  A treaty to hold transnational corporations accountable for their violations of human rights should include a clear provision, such as this one, that enshrines this obligation of the State.

The Holy See is aware that there are no easy solutions to address the multifaceted challenges of business and human rights, or to provide the effective remedy and accountability that victims legitimately seek as a matter of urgency. We need international cross-border enforcement, including broader and strengthened laws, giving broad legal rights to bring actions that can hold companies that violate human rights accountable in their home countries.   Soft law—the establishment of norms of the kind reflected in the Guiding Principles on Business and Human Rights—are critical; but they will not suffice.  We need to move towards a binding international agreement enshrining these norms.  

Mr. Chair,  Legal liability for business enterprises in domestic law typically includes responsibility under criminal, civil and administrative law. Business liability is thus a combination of public and private law substantive and procedural elements. However, the reality shows that those affected by business abuses, especially in certain jurisdictions, tend also to use private law, which needs to be transformed to respond better to those challenges. Practice across jurisdictions is thus divergent, as noted by, among others, the report of OHCHR on Improving Accountability and Access to a Remedy.  In this sense, it could be critical that the offences need to be defined with sufficient clarity in the treaty and always on condition that criminal liability of the legal entity does not exclude the personal individual criminal responsibility of company directors or managers.

 States Parties to the agreement must adopt effective legislative and administrative measures, in accordance with their national legal systems and principles, to establish the legal liability of business enterprises for business conduct that result in human rights abuses at home and abroad. Such responsibility should, as appropriate, be criminal, civil or administrative. 
Thank you, Mr. Chair. 

1 Pope Francis, Encyclical Letter Laudato si, n. 175.
2 Pope Francis, Encyclical Letter Laudato si, n. 196.
3 Pope Francis, Address to Participants in the World Congress of Accountants. Rome, 14 November 2014.

Le rôle des religions dans le renforcement de la paix mondiale Genève



Intervention de Son Excellence Monseigneur Ivan Jurkovič, Nonce Apostolique,  Observateur permanent du Saint-Siège auprès de l’Office des Nations Unies à Genève, à l’occasion du Colloque International :  Le rôle des religions dans le renforcement de la paix mondiale Genève, le 7 novembre 2017

1. La paix n’est ni un rêve, ni une utopie, la paix est possible. Nous sommes réunis aujourd’hui pour réfléchir ensemble sur la paix et nous encourager mutuellement afin de rester engagés à sa recherche. Sur la scène internationale, des menaces de guerre et des conflits en cours bouleversent et ruinent la vie de millions de personnes : des villes sont détruites, des enfants sont tués et mutilés, des femmes sont violées et humiliées, des réfugiés et migrants s’entassent dans des camps. Une technologie de plus en plus sophistiquée produit continuellement de nouvelles armes comme par exemple, les drones qui ignorent la présence humaine et toute responsabilité éthique. Parmi les causes profondes de la violence qui remplit une grande partie de l’actualité, nous trouvons le terrorisme, la piraterie, les agressions pour le contrôle de ressources minérales, les fondamentalistes qui défigurent le vrai visage de la religion. De plus, le capitalisme financier sans régulation, la compétition pour le pouvoir et la soif démesurée du profit, sont aussi une terre fertile où les conflits se développent, où la paix est sacrifiée, et où la dignité humaine est gravement violée.

2.  Au cours du siècle dernier, le concept de guerre a changé de telle manière qu’aujourd’hui la plupart des conflits se déroulent à l’intérieur d’un Etat et 90% des victimes sont des civils. Le concept de paix n’est pas tout simplement l’absence de guerre, mais le résultat d’un processus de purification et d’élévation culturelle, morale et spirituelle de chaque personne, de chaque peuple ; c’est un processus dans lequel la dignité humaine est pleinement respectée. Le cœur humain doit changer pour que les armes et les conflits n’étouffent pas « l’Evangile de paix » (Act 10:36) qui nous rappelle sans cesse : « Heureux les artisans de paix car ils seront appelés les enfants de Dieu. » (Mt 5:9).

3. Selon un vieil adage, il vaut mieux allumer une bougie que maudire l’obscurité. Le message de Jésus qui appelle heureux les artisans de paix nous dit que la paix est à la fois un don messianique et le fruit des efforts humains. Lorsque les relations de coexistence sont inspirées par des critères de pouvoir, de profit, ou par la négation de la nature, la paix ne peut pas se réaliser. En effet, la paix concerne l’intégralité de la personne humaine et requiert un engagement total de l’homme. Elle est fondée sur quatre piliers :  la vérité, la liberté, l’amour et la justice. L’amour de Dieu pour l’humanité reste une source d’espoir et d’aide pour atteindre cette paix profondément désirée par le cœur de l’homme et la famille humaine. Notre action, toutefois, est nécessaire pour transformer l’espoir en une paix concrète. Une telle action s’étend de la dotation d’instruments indispensables au bien commun de toute l’humanité, à la sécurité et la coexistence pacifique et à une structure participative efficace de gouvernance, jusqu’à l’acceptation de tous les droits fondamentaux de l’homme et des mesures progressives comme l’interdiction des ventes d’armes, l’établissement d’un système de traçage pour le trafic des armes, l’éducation sur le coût humanitaire de l’utilisation de petites et grandes armes. Effectivement, la paix est un besoin vital de la famille humaine, un but à atteindre et un processus à entreprendre.

4. Partout dans le monde, des représentants des différentes communautés religieuses et de tous les hommes et les femmes de bonne volonté s’engagent à travailler pour la paix, convaincus que la manière d’atteindre la paix repose sur l’engagement responsable de chaque personne à promouvoir l’entente entre les peuples, et à assurer un développement durable, harmonieux et équilibré. En effet, la sécurité légitimement attendue par les pays et les individus, n’est pas fondée sur la force des armes mais sur la reconnaissance que la paix est un don de Dieu qui veut que tous Ses enfants, sans distinction, jouissent de la qualité de vie qui leur est due en tant que Ses fils et Ses filles porteurs de Son image. Pour cette raison, avec courage, patience et persévérance, les artisans de paix ne faiblissent pas et reçoivent, dans leurs efforts, la grâce de marcher d’un pas sûr dans ce difficile voyage en perspective.

5. Dans ces dernières années, de multiples appels pour la paix et pour la fin de tous conflits violents ont émané des gouvernements, des Eglises et des communautés religieuses, ainsi que de tous les segments de la société civile. Le monde aspire vraiment à la paix. Le droit des peuples à la paix a aussi été le sujet de résolutions et de proclamations solennelles des Nations Unies. Il reste nécessaire d’agir sérieusement dans le domaine du désarmement nucléaire et conventionnel. Nous n’avons pas de temps à perdre afin de développer une culture de paix. Avec un cœur riche en réflexion et un esprit aimant, nous avançons dans la mise en œuvre du Préambule de la Charte des Nations Unies qui stipule : Préserver les générations futures du fléau de la guerre. L’une des voies maîtresses pour construire la paix est une mondialisation ayant pour objectif les intérêts de la grande famille humaine. C’est pourquoi, il est indispensable d’avoir un sentiment fort de solidarité globale entre les pays riches et les pays pauvres, orienté par un code éthique commun. 

6. Dans son premier message pour la Journée mondiale de la Paix (2014), le Pape François nous rappelle que « non seulement les personnes mais aussi les nations doivent se rencontrer dans un esprit de fraternité ». Il soutient le fait que ceci doit s’exprimer sous un triple aspect : « le devoir de solidarité, qui exige que les nations riches aident celles qui sont moins avancées ; le devoir de justice sociale, qui demande la recomposition en termes plus corrects des relations défectueuses entre peuples forts et peuples faibles ; et le devoir de charité universelle, qui implique la promotion d'un monde plus humain pour tous...dans lequel tous aient quelque chose à donner et à recevoir... »i

7. Constatant que « nombreux sont les conflits qui se poursuivent dans l'indifférence générale », le Pape François adresse « un appel fort à tous ceux qui, par les armes, sèment la violence et la mort : redécouvrez votre frère, et arrêtez votre main! » Il lance un appel à « une conversion des cœurs » qui « ...permette à chacun de reconnaître dans l'autre un frère dont il faut prendre soin, avec lequel il faut travailler pour construire une vie en plénitude pour tous ». Il exprime son souhait sincère « ...que l'engagement quotidien de tous continue à porter du fruit et que l'on puisse parvenir à l'application effective, dans le droit international, du droit à la paix comme droit humain fondamental, condition préalable nécessaire à l'exercice de tous les autres droits ».ii

8. C'est seulement avec « un authentique esprit de fraternité » que nous pouvons vaincre « l'égoïsme individuel qui empêche la possibilité des personnes de vivre entre eux librement et harmonieusement... » Cet égoïsme se développe socialement, soit dans les multiples formes de corruption..., soit dans la formation des organisations criminelles… » qui « offensent gravement Dieu, nuisent aux frères et lèsent la création, et encore plus lorsqu'elles ont une connotation religieuse ».iii Le Pape François identifie le potentiel de la fraternité à « garder et à cultiver [le don commun de] la nature », qui nous aide à reconnaître la « grammaire qui est inscrite » dans la création de Dieu « en utilisant sagement les ressources au bénéfice de tous... »iv

9. En conclusion, tenant en considération notre action dans au sein des Organisations internationales à Genève, nous devons continuer « à tisser une relation fraternelle...toute activité doit être, alors, contresignée d'une attitude de service des personnes, spécialement celles qui sont les plus lointaines et les plus inconnues. Le service est l'âme de cette fraternité qui construit la paix ».v


 i Pape François, Message pour la Journée mondiale de la Paix, 1er janvier 2014, n.4.
ii Id. n.7.
iii Id. n. 8.
iv Id. n. 9.
v Id. n. 10.

martedì 31 ottobre 2017

Blindato anche il Sahara: migliaia di profughi espulsi o respinti in pieno deserto


 

di Emilio Drudi



Dopo il Mediterraneo, sono sempre più blindati anche il Sahara e le altre “vie di terra”. Negli ultimi mesi migliaia di profughi sono stati respinti o espulsi, lungo la frontiera del deserto, dall’Algeria e dalla Libia. Soprattutto verso il Niger ma anche in Sudan, nel Ciad e nel Mali. Sempre che riescano ad arrivarci alla frontiera, perché in Sudan, ad esempio, la Forza di Intervento Rapido, la milizia tristemente nota per le stragi nel Darfur, si vanta di svolgere egregiamente il suo nuovo compito di “cacciatore di migranti”: dai suoi rapporti periodici risultano migliaia di arresti nelle città e sulle piste che portano al confine. Un “successo” che il presidente Al Bashir ha subito sfruttato per chiedere all’Europa altri finanziamenti e materiale tecnico-logistico per le sue forze di sicurezza: in sostanza, un programma di “aiuti” simile a quello varato per la Libia, alla quale sono stati destinati blindati, elicotteri, jeep e fuoristrada, visori notturni e persino un sistema radar di controllo in grado di coprire tutti i 5 mila chilometri della linea di frontiera meridionale.

Sono gli effetti del Processo di Khartoum, l’accordo che, firmato a Roma nel novembre 2014, sta entrando pienamente a regime grazie alla serie di patti bilaterali, tra governi o addirittura di polizia, stipulati negli ultimi tre anni, fino al memorandum tra l’Italia e la Libia sottoscritto a Roma il 2 febbraio scorso e ai relativi “derivati”, incluse le intese con alcune tribù del deserto e – secondo quanto ha denunciato l’agenzia France Presse – persino con dei trafficanti di uomini riciclati in gendarmi anti immigrazione a suon di milioni di euro.

Se ne parla poco, ma il giro di vite più evidente si registra in Algeria, dove dalla primavera scorsa, in seguito alle difficoltà crescenti della fuga attraverso la Libia, l’arrivo di migranti e richiedenti asilo si è moltiplicato. Un rapporto di Amnesty pubblicato il 23 ottobre parla di arresti arbitrari e respingimenti di massa. Solo nell’ultimo mese, oltre 2 mila donne e uomini sono stati fermati ed espulsi, tra l’altro con sistemi e in condizioni  terribili. “La maggior parte dei duemila intercettati dal 22 settembre in poi – scrive il quotidiano francese Le Monde, citando il dossier di Amnesty – sono stati arrestati ad Algeri e nel suo circondario, oppure a Blida, una città situata 50 chilometri a sud-ovest della capitale. Da qui la polizia li ha trasferiti in pullman a Tamanrasset, una località migliaia di chilometri più a sud, per abbandonarli poi in territorio nigerino appena al di là del confine”. Ad almeno un centinaio è andata anche peggio: sono stati “scaricati” in territorio algerino e costretti ad una lunga marcia nel deserto per raggiungere una località abitata del Niger dove potersi fermare e trovare un rifugio provvisorio: almeno sei ore di cammino nel nulla del Sahara, con temperature infernali, senza cibo e con pochissima acqua.

“Questi arresti ed espulsioni – denuncia Amnesty – sono assolutamente illegali: non rispettano le garanzie previste dalle procedure regolari e violano non solo le norme internazionali ma la stessa legge algerina”. Le forze di sicurezza, infatti, non si preoccupano di esaminare la posizione e la storia dei singoli migranti e nemmeno di controllare se si tratti di persone entrate legalmente in Algeria: ci si basa, in sostanza, solo su “criteri etnici”, bloccando tutti gli stranieri. Tra i respinti, infatti figurano migranti arrivati dall’intera Africa sub sahariana e occidentale: Niger, Guinea, Burkina Faso, Benin, Mali, Costa d’Avorio, Senegal, Nigeria, Liberia, Camerun, Sierra Leone. Inclusi 300 ragazzini minorenni, in gran parte non accompagnati, che avrebbero diritto a forme di assistenza mirate. E, probabilmente, si è solo all’inizio. Secondo Amnesty in Algeria vivono attualmente oltre 100 mila migranti irregolari subsahariani e tutto lascia credere che nei loro confronti sia iniziata una vera e propria caccia all’uomo.

La conferma di questo orizzonte buio arriva dal Niger, il paese verso il quale viene maggiormente indirizzata questa enorme diaspora di ritorno forzata, a prescindere dalla nazionalità delle donne e degli uomini espulsi o respinti. Secondo fonti vicine al governo di Niamey, tra settembre e ottobre, soltanto nella regione di Agadez, la zona a più diretto contatto con l’Algeria, sono stati deportati circa 2.800 nigerini e oltre 5 mila migranti provenienti da Stati subsahariani o del West Africa. “Gran parte di loro – denunciano le autorità nigerine, confermando il rapporto di Amnesty – sono stati costretti ad attraversare zone desertiche, spesso a piedi, per poter raggiungere i più vicini villaggi nel nostro paese dove salvarsi e mettersi al sicuro”.

Si profila così una situazione di evidente contrasto. Algeri espelle quasi tutti verso il Niger, a prescindere dalle nazionalità, lasciando intendere che comunque è stato il Niger la porta d’ingresso da cui sono passati. Niamey tende invece a rifiutarsi di accogliere i profughi non nigerini respinti. “Con tutti questi profughi che continuano ad arrivare dall’Algeria, si sta creando una grave emergenza umanitaria – ha dichiarato il 22 ottobre Sadou Soloké, governatore della regione di Agadez, al quotidiano Niger Diaspora – Abbiamo già protestato con il governo algerino per i criteri e le condizioni di espulsione di questi migranti, ma soprattutto contestiamo che stanno inviando in Niger persone di ogni nazionalità. Inclusi, ad esempio, i maliani, nonostante l’Algeria confini direttamente con il Mali per migliaia di chilometri. I dati sono eloquenti: tra i 955 deportati nell’ultima settimana non c’era alcun nigerino, ma c’erano più di 300 maliani. Chiediamo allora che ciascuno sia espulso verso il proprio paese…”.

Ecco, appunto, “espulsi verso il proprio paese”. In questo braccio di ferro sono i migranti a rischiare di restare stritolati. Non ci si chiede, infatti, se abbiano o meno diritto all’asilo o comunque ad essere accolti e se rimandarli indietro non significhi esporli a rischi anche mortali: si dà per scontato che l’unica cosa importante è che il respingimento vada in una direzione che “non dia fastidio”. A prescindere dalla sorte degli interessati.

Non solo. Alle deportazioni si è aggiunta una vigilanza più rigida alla frontiera da parte dell’Algeria, mentre il Niger ha organizzato una rete di controlli capillari condotti dall’esercito su tutte le strade e le piste che da Agadez, diventata il grande hub di concentrazione e smistamento dei flussi, conducono attraverso il Sahara al confine algerino o a quello libico, distanti più di 800 chilometri. Le pattuglie, oltre che gli itinerari più sicuri e frequentati, battono i villaggi e le oasi: i punti, cioè, dove si può trovare acqua e cibo e dove tradizionalmente si fermano, dunque, le colonne di pick-up e camion carichi di migranti per brevi soste di riposo e rifornimento. I trafficanti così, sempre più spesso, scelgono vie secondarie, dove ritengono che la sorveglianza sia più blanda, ma che sono molto più lunghe, difficili e pericolose. E se si profila il rischio anche minimo di essere intercettati, i “passatori” non esitano a fuggire, abbandonando nel deserto i profughi che stavano traghettando, come risulta dai racconti terribili di alcuni sopravvissuti a giorni infiniti di sete e di sofferenze. Non a caso l’Oim segnala che si sono moltiplicati gli interventi di soccorso in pieno Sahara mentre, contemporaneamente, aumenta il numero delle vittime. “Secondo Richard Danziger, responsabile Oim per l’Africa centro-occidentale – ha denunciato Barbara Spinelli al Parlamento Europeo – i morti nel deserto sono ormai il doppio dei morti in mare: circa 30 mila tra il 2014 e oggi”. L’ultima strage conosciuta è quella del 5 settembre: 16 migranti trovati ormai senza vita da una pattuglia di militari oltre 350 chilometri a sud di Tobruk. C’erano solo i corpi calcinati dal sole e dal vento del Sahara: nessuna traccia dei trafficanti.

Ecco, Tobruk. In Libia si sta profilando la stessa situazione del Niger e dell’Algeria. Le cifre e i rapporti sono meno precisi, perché non provengono da dossier ufficiali come quelli del governo di Niamey o dell’amministrazione di Agadez, ma dai capi di tribù del Fezzan con i quali l’Italia ha stretto accordi di controllo e respingimento. I dati sono però ugualmente significativi. Barka Shedemi, uno dei leader della grande tribù dei Tebu, in particolare, sostiene di aver sigillato totalmente la sua parte di confine e le piste provenienti dal Ciad e dal Niger, nella zona di Qatrun, bloccando centinaia, forze migliaia di migranti che intendevano raggiungere la costa. Del resto si sta lavorando per mettere a sistema tutto il controllo militare della frontiera libica nel Sahara: è stata costituita una forza di coordinamento e intervento di cui è previsto che faccia parte, insieme ai soldati e alla polizia libica, anche un nucleo di istruttori e “consiglieri” italiani. Una organizzazione analoga è programmata per il Niger. Non, almeno per il momento, in Sudan, dove le milizie di intervento rapido, i “diavoli a cavallo”, equipaggiati a quanto pare anche con fondi italiani o europei, stanno del resto dimostrando ampiamente di aver chiuso quasi ogni via di fuga.

Il giro di vite riguarda in Africa pure la Tunisia. I primi effetti si sono visti in mare: basti ricordare il peschereccio carico di migranti mandato a picco pochi giorni fa da una nave militare che, nel tentativo di tagliargli la rotta per bloccarlo, lo ha speronato, facendolo rovesciare. Oltre 50 le vittime. La stessa strategia viene adottata a terra, lungo i confini con la Libia e l’Algeria. Quasi sempre senza tener conto della situazione personale e della provenienza dei profughi: il 24 di ottobre, ad esempio, sono stati arrestati sei ragazzi siriani appena entrati in Tunisia dall’Algeria, con l’intenzione di raggiungere la costa per cercare un imbarco nella zona di Sfax. Sei giovani che, in fuga dall’orrore della Siria, avrebbero tutto il diritto di essere accolti come rifugiati ma sono finiti invece in fondo a un carcere.

Vanta infine il successo del blocco organizzato, sia a terra che in mare, per conto dell’Europa, in cambio di 6 miliardi, anche la Turchia, rilevando come il flusso dall’Anatolia alle isole greche sia praticamente crollato rispetto all’anno scorso. Poco importa se a pagare questo “crollo” sono i migranti, in termini di vite perdute, sofferenze, carcerazione, sfruttamento, tramonto di ogni speranza per il futuro. L’ultimo rapporto delle forze di sicurezza di Ankara riferisce di 15.470 profughi bloccati e arrestati nei primi nove mesi del 2017. Con un crescendo impressionante: 756 in gennaio, 719 in febbraio, 1.501 in marzo, 1.551 in aprile, oltre 4.500 tra maggio, giugno e luglio, 2.668 in agosto fino al record di oltre 3.400 in settembre. Ottobre sta ricalcando l’andamento di settembre, sicché in dieci mesi si arriverà ad oltre 18 mila arresti: uomini, donne, intere famiglie in fuga da Siria, Iraq, Afghanistan… Più di 18 mila, forse 19 mila, solo in mare. Perché ci sono poi quelli intercettati e fermati a terra: nei porti d’imbarco e sulla costa oppure lungo le strade che dalla frontiera iraniana o siriana portano al Mediterraneo: sui pullman di linea, chiusi nei camion o nei furgoni dei trafficanti, a piedi, nei sobborghi delle città dell’interno scelte per una sosta più o meno prolungata, abbandonati dai trafficanti in mezzo alla campagna… Migliaia di altri disperati, tanto che non appare azzardato ipotizzare, da gennaio a oggi, almeno 25 mila arresti. Arrestati per aver cercato la libertà e una vita migliore. Colpevoli di aver tentato una fuga per la vita.



Tratto da: Tempi Moderni   

mercoledì 11 ottobre 2017

La Corte di Assise di Milano riconosce le torture nei campi di detenzione in Libia

Comunicato stampa 

ASGI: sentenza storica che deve imporre un cambio rotta ai Governi italiani

La sentenza del Tribunale di Milano ha visto finalmente la "verità giudiziaria" allinearsi alla "verità storica" dei fatti, con il riconoscimento delle torture e dei trattamenti inumani avvenuti in campi di detenzione in territorio libico.
ASGI: “E' ora più che necessaria una svolta nelle politiche migratorie dell'Italia”.
L'ASGI esprime soddisfazione per l'esito del processo celebrato presso la Corte d’assise di Milano in cui costituita parte civile con il patrocinio dell’Avv. Piergiorgio Weiss.
Per la prima volta nelle aule di un Tribunale italiano una sentenza ha chiaramente affermato quanto efferate siano le condizioni a cui sono sottoposti decine di esseri umani in Libia, giudicando attendibili e comprovate le testimonianze dei richiedenti asilo che hanno potuto dare un quadro di inaudita violenza delle torture subite (violenze sessuali ripetute, omicidi di coloro che non ricevono dai familiari il denaro richiesto dai trafficanti, torture, addirittura esposizione dei corpi dei soggetti morti dopo le torture per ottenere effetto deterrente) attraverso la loro presenza .
Da rilevare che il processo su fatti accaduti in Libia si è tenuto in Italia per specifica richiesta del Ministero della Giustizia, data la gravità dei fatti in giudizio e viste le condizioni di insicurezza e il livello di violenze riscontrato in Libia. Tali condizioni sono da tempo confermate dalle Nazioni Unite e da innumerevoli rapporti autorevoli e indipendenti che sottolineano la mancanza delle condizioni minime di accesso ai diritti fondamentali necessari e non possono essere sconosciuti al nostro esecutivo né al Ministro dell’Interno.
Alla luce di questa condanna appaiono, pertanto, ancor più gravi le conseguenze delle scelte politiche attuate dall'Italia e dall'Unione europea e volte al respingimento dei migranti in Libia attraverso accordi con le autorità locali.
Il rinvio in un luogo in cui la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita risulta minacciata, come conferma la sentenza della Corte di Assise di Milano, non può essere tollerato.La scelta dell’Italia e della Ue di esternalizzare la gestione delle migrazioni ed il diritto d’asilo le rende corresponsabili delle condizioni inumane e delle torture che avvengono in Libia.
Anche il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio D'EuropaNils Muiznieks ha chiesto chiarimenti indirizzando lo scorso 28 settembre una lettera al ministro degli Interni Marco Minniti in merito alla collaborazione dell'Italia con la Guardia Costiera libica, ricordando al Ministro che l'azione dell'Italia in acque di competenza libica ne configura comunque la responsabilità internazionale per violazione degli obblighi derivanti dalla CEDU.
L'ASGI fa appello al Governo ed al Parlamento italiano affinché prendano atto della necessità di una svolta nelle politiche migratorie attuate negli ultimi anni, facilitando così l'ingresso per lavoro e quello per richiedere protezione, attuando il soccorso in mare dei migranti e dismettendo gli accordi di riammissione in specie con Paesi e soggetti che non garantiscono il pieno rispetto della vita e della dignità della persona, conformemente alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo ed alla Convenzione di Ginevra sul riconoscimento dello status di rifugiato.

Ufficio Stampa
cell.+39 3894988460

“Rimpatri forzati con politiche illegali”: Amnesty denuncia i governi europei


di Emilio Drudi
“Da quando sono ritornato non ho una casa dove abitare. Ho vissuto per qualche tempo sotto i ponti, dentro vecchie auto o un garage… Poi sono andato in un’altra provincia a cercare la mia famiglia, ma non sono ancora riuscito a trovarla. Passo notti e giorni interi senza avere nulla da mangiare. E’ dura questa vita. E poi questa provincia è davvero piena di rischi. Ogni giorno ci sono combattimenti, esplosioni, uccisioni. Ovunque. A Kabul era lo stesso. Lì sotto il ponte dove mi ero rifugiato era pieno di tossicomani: ogni momento potevo essere ucciso da uno di loro… Qualche volta ho cercato riparo e chiesto del cibo in una moschea, ma quasi sempre i mullah mi hanno trattato con sospetto, temendo che fossi un ribelle o  un informatore della polizia. O che volessi addirittura compiere un’azione terroristica, visto che ci sono stati diversi, pesanti attacchi all’interno delle moschee…”.
E’ il racconto di Hamid, 18 anni appena compiuti, uno delle migliaia di profughi afghani espulsi dall’Europa e rimpatriati contro la loro volontà. Fino a qualche mese fa lui era in Norvegia. Gli operatori di Amnesty International lo hanno incontrato nel maggio scorso in una delle province periferiche dell’Afghanistan. La sua è una delle tante testimonianze del dossier che Amnesty ha presentato il 5 ottobre per mettere sotto accusa le politiche dell’Unione e dei singoli governi europei sull’emigrazione e sul diritto d’asilo. Nel mirino è in particolare l’accordo capestro che Bruxelles ha imposto nell’ottobre del 2016, costringendo Kabul ad accettare il rientro di 80 mila profughi per sbloccare 3,7 miliardi di euro di “finanziamenti per la ricostruzione”, un contributo che l’Unione Europea si era impegnata da tempo ad elargire, ma che è stato trasformato di fatto in un’arma di ricatto. La Commissione Ue, per parte sua, ha sempre negato che ci fosse una connessione tra i rimpatri e tutti quei miliardi. Federica Mogherini, responsabile della politica estera, lo ha ribadito con forza, quasi sdegnata, anche poche ore prima della firma in calce al Joint Way Forward, l’intesa per quelle che appaiono vere e proprie deportazioni. A smentire la Ue e la Mogherini sono stati però, già subito dopo l’incontro finale a Bruxelles, alcuni membri della delegazione afghana, i quali hanno lasciato capire di essere stati costretti ad accettare la “disponibilità” a far rientrare a decine di migliaia i profughi  fuggiti  in tanti anni di guerra e terrore.
La conferma delle pressioni esercitate su Kabul dall’Unione è poi venuta dal ministro delle finanze afghano Ekil Hakimi, il quale – come riferisce il rapporto di Amnesty – ha dichiarato in Parlamento: “Se l’Afghanistan non collabora con gli Stati membri dell’Unione Europea nella crisi dei rifugiati, ci sarà un impatto negativo sull’ammontare degli aiuti destinati al nostro paese”. “Questo strumento di pressione – aggiunge Amnesty nel suo dossier – è stato poi ribadito da una nostra fonte confidenziale afghana, che ha definito ‘un calice di veleno’ quello che il governo di Kabul è stato costretto a bere in cambio degli aiuti”.
Un “calice di veleno” che provoca morti e sofferenza. A Bruxelles si sono giustificati asserendo che l’Afghanistan è ormai in gran parte “sicuro”. Su cosa si basi questa affermazione non è dato sapere. Nell’arco del 2016, in quasi tutte le regioni sono aumentati gli attacchi, sia contro obiettivi militari che contro civili inermi. Li hanno condotti gruppi armati ricollegabili ai talebani e a formazioni vicine ad Al Qaeda oppure, sempre più spesso, a milizie fedeli all’Isis, che controllano una vasta porzione di territorio, organizzata come un governatorato sottomesso al Califfato di Al Baghdadi. Non a caso, verso la fine dello scorso settembre, gli Stati Uniti e la Nato hanno dichiarato che il contingente militare occidentale “deve restare” per poter fronteggiare l’offensiva dei ribelli, mentre il presidente Trump, quasi a dare concretezza a questa affermazione, ha deciso di inviare altri 3 mila soldati, sollecitando rinforzi anche da parte delle nazioni Nato.
C’è di più. Poche settimane dopo la firma del Joint Way Forward, quasi a smentire le dichiarazioni di Bruxelles, il rapporto annuale dell’Onu ha definito il 2016 “l’anno peggiore” in Afghanistan dal 2001, quando è iniziata la guerra. Sono i dati obiettivi a testimoniarlo, con una escalation terribile, anno dopo anno. Nel quinquennio tra il 2012 e il 2016, in particolare, ci sono state, tra i civili, 7.590 vittime (2.769 morti e 4.821 feriti) nel 2012; poi 8.638 nel 2013 (di cui 2.969 morti e 5.669 feriti); 10.535 nel 2014 (con 3.710 morti e 6.825 feriti); nel 2015 si è saliti a 11.034 (di cui 3.565 morti e 7.469 feriti); fino ad arrivare al record di 11.418 vittime nel 2016,  con 3.498 morti e 7.920 feriti. Nel 2017 la tendenza è la stessa: l’ultimo rilevamento, relativo ai primi sei mesi, registra 1.662 morti e 3.581 feriti, per un totale di 5.243 vittime, quasi trenta ogni 24 ore. Attacchi clamorosi ci sono stati anche in queste settimane. Il 28 settembre un commando di talebani ha assaltato il quartier generale della polizia di Kandahar, uccidendo almeno 12 agenti e ferendone numerosi altri. Tre giorni prima è caduto in un’imboscata, nel cuore stesso di Kabul, un convoglio militare: tre morti. Non vengono risparmiati neanche i luoghi di culto: a fine agosto, l’Isis, sempre a Kabul,  ha preso di mira la moschea sciita Imam Zaman, colma di persone per la preghiera del venerdì: sono stati uccisi due agenti dei servizi di sicurezza e si contano decine di fedeli colpiti da raffiche di mitra o investiti dall’esplosione della bomba di un kamikaze.
Ecco, secondo Bruxelles questo sarebbe un “paese sicuro”, dove far rientrare i profughi che ne sono fuggiti. E così i rimpatri si sono moltiplicati. “Tra il 2015 e il 2016 – rileva il rapporto di Amnesty – sono quasi triplicati: da 3.290 si è saliti a 9.460”. Dal dicembre 2016 ad oggi l’impennata non ha subito soste. Di più: a questo forte aumento delle deportazioni corrisponde “un marcato calo delle domande d’asilo accolte: dal 68 per cento del settembre 2015 si è scesi al 33 per cento del dicembre 2016”, meno della metà. E questo nuovo, insormontabile muro costruito dalla Ue causa morte e sofferenza non solo in Afghanistan ma nella stessa Fortezza Europa.
All’inizio di febbraio di quest’anno, tre ragazzini afghani non ancora diciottenni sono stati trovati morti, in Svezia, a pochi giorni di distanza, nei centri di accoglienza dove erano ospitati. Tutti e tre suicidi. Nello stesso periodo, ma in istituti diversi, altri quattro, sempre minorenni, hanno tentato a loro volta di uccidersi: sono stati salvati appena in tempo. “Temevano di essere espulsi: questa grande paura ha tolto loro ogni speranza”, ha spiegato, in una dichiarazione alla stampa, Mahboda Badadi, un operatore sociale che si occupa di rifugiati minorenni non accompagnati. Poche settimane prima, verso la fine di dicembre 2016, infatti, sulla scia del Joint Way Forward, un portavoce dell’Ufficio Svedese per l’Immigrazione aveva dichiarato che diverse regioni dell’Afghanistan erano ormai da considerarsi “less dangerous”, vale a dire “pressoché sicure”, sicché i richiedenti asilo di quelle zone sarebbero stati rimpatriati. Aveva anche specificato che il provvedimento non avrebbe riguardato i minorenni senza una famiglia che in Afghanistan potesse prendersene cura. Ma quell’annuncio in sé deve essere stato percepito come un ennesimo rifiuto: “Tutti i ragazzi afghani erano fortemente preoccupati che la loro richiesta di asilo fosse respinta. D’altra parte si tratta di giovanissimi molto provati, bisognosi di essere compresi e guidati”, ha detto alla France Presse Sara Edwardson Ehrnborg, una insegnante che collabora con gruppi umanitari no-profit, confermando nella sostanza il giudizio di Mahboda Badadi.
Quei sette ragazzini, evidentemente, non hanno retto all’idea che avrebbero potuto essere costretti a tornare nel paese dal quale erano scappati a rischio della vita stessa, pur di lasciarsi alle spalle un mondo di terrore e avere la possibilità di costruirsi una prospettiva di futuro. Così hanno deciso di farla finita. E per tre di loro non si è arrivati in tempo a salvarli. Né questa catena di disperazione si è interrotta. L’ultimo caso si è verificato in Italia, a Milano: un giovane afghano si è impiccato nella notte tra il 23 e il 24 agosto in un locale appartato del centro accoglienza di via Corelli. Era arrivato due o tre giorni prima, proveniente dalla frontiera del Brennero, dove la polizia lo aveva bloccato mentre tentava di entrare in Austria. “Era molto depresso, tanto che gli era stato subito fissato un colloquio con uno specialista: doveva andarci proprio la mattina che lo abbiamo trovato senza vita”, hanno detto gli operatori del centro. E’ credibile che quel respingimento al Brennero abbia soffocato anche le sue ultime speranze: che si sia sentito intrappolato tra i muri della Fortezza Europa e la prospettiva di essere costretto a tornare in Afghanistan.
Allora, il Joint Way Forward firmato nell’ottobre del 2016 potrà magari “sfoltire” la presenza dei rifugiati afghani in Europa, ma nel conto non si possono non mettere anche le ferite profonde che provoca questa nuova, ennesima barriera. E le vittime che ne restano schiacciate. “Siamo convinti – dicono al Comitato Nuovi Desaparecidos – che ci siano pesanti responsabilità dell’Unione Europea e di tutti gli Stati membri per questo ulteriore calvario al quale sono condannati i profughi afghani. Non è pensabile che a Bruxelles e nelle varie capitali non sappiano che cosa accade al di là ed anzi a causa dei muri che stanno continuando ad alzare. Vale per la Libia, ad esempio, come ha dimostrato, un’altra volta ancora, il recente dossier di Medici per i Diritti Umani e vale anche per l’Afghanistan, come denuncia l’ultimo rapporto di Amnesty e come già emergeva con forza, del resto, dalla relazione 2016 delle Nazioni Unite. Allora, ha ragione Amnesty: l’intera Europa sta perseguendo politiche illegali, che mettono a rischio la vita stessa di tanti uomini e donne che bussano alle sue porte. Perché non solo resta sorda al loro grido d’aiuto, ma li ricaccia nell’inferno da cui stanno fuggendo. Tanti, troppi ne sono già morti. E si profilano complicità precise, se non peggio, per queste vite perdute. E’ tempo di portare tutto ciò di fronte a una corte di giustizia. Anzi, il tempo è già scaduto”.


Tratto da: Tempi Moderni        

domenica 8 ottobre 2017

Un sacrario per le vittime di Lampedusa: “Onorare i morti salvando i vivi”


Sono passati esattamente quattro anni dalla tragedia di Lampedusa: 366 vite di giovani profughi spazzate via quando erano ormai a un passo dalla salvezza. L’agenzia Habeshia, rilanciando una proposta già formulata nel marzo 2016, torna a chiedere che venga realizzato un sacrario per ricordare questa tragedia.
La strage, in quell’inizio di autunno 2013, scosse la coscienza di tutti, urlando in faccia al mondo l’odissea dei migranti e, in particolare, il calvario del popolo eritreo, oppresso da una dittatura feroce. Erano eritree, infatti, quasi tutte quelle 366 vittime. Sulla scia del dolore e della commozione, cambiarono la sensibilità e la percezione stessa del problema dei migranti nel cuore e nella mente della gente e nelle scelte della politica europea e italiana. Nacque proprio da qui Mare Nostrum, la prima missione della Marina italiana concepita con il mandato specifico di salvare vite nel Mediterraneo.
E’ stata, purtroppo, una nuova sensibilità di breve periodo. Si è cominciato a dire che Mare Nostrum costava troppo e dopo un anno esatto se ne è decisa la chiusura, come se fosse possibile valutare in euro il valore della vita umana. E via via si è come fatta l’abitudine a stragi uguali, se non più gravi, di quella di Lampedusa: i morti, migliaia di morti, come routine che non fa neanche più notizia. Così ora, a quattro anni di distanza, c’è un clima completamente diverso rispetto alla mobilitazione di quei giorni: la politica di apertura e accoglienza che si era fatta strada per non rendere vano il sacrificio di quei 366 giovani, ha lasciato il passo a una politica opposta, fatta di chiusura e respingimenti. Di egoismo gretto anziché di umana solidarietà, sordo al grido d’aiuto che sale da tutto il Sud del mondo.
In questo clima, rischia di diventare una cerimonia vuota e stanca anche la Giornata della memoria per le vittime dell’emigrazione, istituita dal Parlamento italiano nel marzo del 2016. Se ne è avuto un segnale anche il 3 ottobre scorso a Lampedusa, nel quarto anniversario della strage. Non manca chi dà ancora grande, concreto valore a questa ricorrenza. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, o la ministra Valeria Fedeli, ad esempio, hanno ribadito tutta la propria disponibilità a riempire di contenuti questa data, ascoltando con partecipazione, in particolare, la voce dei numerosi sopravvissuti e familiari delle vittime che si sono dati appuntamento sull’isola. Ma altri rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee si sono limitati a una visita fugace, senza neanche incontrare i primi protagonisti del naufragio, i superstiti e le famiglie di chi non c’è più. Forse perché non sarebbe stato facile spiegare a chi ha subito sulla propria pelle o sulla pelle dei propri cari le pene terribili provocate dai ”muri” della Fortezza Europa, come mai si è tornati ad alzarli, questi “muri”, anziché abbatterli come era stato promesso e dimenticando gli impegni presi dopo la strage.
E’ proprio a fronte di tutto questo che l’agenzia Habeshia ha deciso di riformulare la proposta avanzata nella primavera del 2016 al Presidente della Repubblica e ai presidenti del Senato e della Camera: realizzare un sacrario dove riunire i resti delle 366 vittime del naufragio, oggi sparsi in diversi cimiteri della Sicilia. Fare riposare insieme quelle donne e quegli uomini in un unico luogo: farli riposare insieme come insieme, purtroppo, sono morti e come insieme, fino a quella tragica alba, hanno accarezzato il sogno di una vita libera e dignitosa, un futuro migliore per sé e per i propri figli. “Tutti insieme – ha scritto già allora Habeshia – in un unico luogo: un piccolo sacrario dell’immigrazione, dove pregare, portare un fiore, riflettere. Se possibile, proprio nel cimitero di Lampedusa o, altrimenti, in una città della Sicilia, magari uno di quei porti dove sono arrivati e continuano ad arrivare migliaia di giovani che inseguono le stesse speranze dei fratelli che li hanno preceduti e che non ce l’hanno fatta”.
La proposta ha incontrato a suo tempo un certo interesse ed ha cominciato a muovere i primi passi. Poi, a poco a poco, si è arenata. Nella richiesta formulata nel 2016 si diceva che a dettarla erano essenzialmente due considerazioni:
– “La prima nasce da una esigenza di umana pietà: dare ai familiari, ai parenti, agli amici delle vittime un punto di riferimento dove poter elaborare il lutto: piangere e ricordare i propri cari per quel bisogno naturale, radicato in ogni cuore, di mantenere vivi certi legami affettivi al di là della morte stessa”.
– La secondo è la convinzione che “proprio questo piccolo sacrario può conferire più consistenza e spessore alla Giornata della Memoria, dando voce e concretezza all’esigenza di legare i ricordi a luoghi, episodi, circostanze, persone. In una parola, a un simbolo capace di riassumere i sentimenti e, insieme, il senso di giustizia che ciascuno porta con sé in un angolo della propria coscienza”.
– A queste due si aggiunge ora una terza considerazione: quel sacrario, ovunque venga fatto, resterà un monito su quello che provoca, giorno per giorno, anno dopo anno, la politica di chiusura e respingimento adottata dalla Fortezza Europa nei confronti dei profughi e dei migranti. Il monito che il modo migliore per onorare i morti è salvare i vivi e un richiamo costante ai valori di libertà, solidarietà, uguaglianza, giustizia, che sono il fondamento della Costituzione Repubblicana e dell’idea stessa d’Europa: l’essenza del nostro “stare insieme”.
“Habeshia è certa di interpretare, con questa richiesta, il sentire comune e la volontà di tutti i familiari e gli amici delle vittime. Le vittime di Lampedusa in particolare, ma anche le altre decine di migliaia che si sono perse nel Mediterraneo in questi anni. Di più: accogliere questa richiesta sarebbe certamente un segnale molto significativo anche per tutte le donne e gli uomini che, nella loro fuga per la vita dall’Africa e dal Medio Oriente, sperano di trovare accoglienza in Europa o, più in generale, nel Nord del mondo, per salvarsi da guerre, terrorismo, persecuzioni, siccità e carestia, disastri ecologici e ambientali, fame e miseria endemica. E, nel caso specifico dell’Eritrea, da cui venivano ben 360 delle 366 vittime del tre ottobre 2013, un monito costante dell’inferno in cui la dittatura ha precipitato il paese e la sua gente”.

Così si concludeva la richiesta inviata nel 2016: non c’è bisogno di aggiungere altro.