mercoledì 11 ottobre 2017

La Corte di Assise di Milano riconosce le torture nei campi di detenzione in Libia

Comunicato stampa 

ASGI: sentenza storica che deve imporre un cambio rotta ai Governi italiani

La sentenza del Tribunale di Milano ha visto finalmente la "verità giudiziaria" allinearsi alla "verità storica" dei fatti, con il riconoscimento delle torture e dei trattamenti inumani avvenuti in campi di detenzione in territorio libico.
ASGI: “E' ora più che necessaria una svolta nelle politiche migratorie dell'Italia”.
L'ASGI esprime soddisfazione per l'esito del processo celebrato presso la Corte d’assise di Milano in cui costituita parte civile con il patrocinio dell’Avv. Piergiorgio Weiss.
Per la prima volta nelle aule di un Tribunale italiano una sentenza ha chiaramente affermato quanto efferate siano le condizioni a cui sono sottoposti decine di esseri umani in Libia, giudicando attendibili e comprovate le testimonianze dei richiedenti asilo che hanno potuto dare un quadro di inaudita violenza delle torture subite (violenze sessuali ripetute, omicidi di coloro che non ricevono dai familiari il denaro richiesto dai trafficanti, torture, addirittura esposizione dei corpi dei soggetti morti dopo le torture per ottenere effetto deterrente) attraverso la loro presenza .
Da rilevare che il processo su fatti accaduti in Libia si è tenuto in Italia per specifica richiesta del Ministero della Giustizia, data la gravità dei fatti in giudizio e viste le condizioni di insicurezza e il livello di violenze riscontrato in Libia. Tali condizioni sono da tempo confermate dalle Nazioni Unite e da innumerevoli rapporti autorevoli e indipendenti che sottolineano la mancanza delle condizioni minime di accesso ai diritti fondamentali necessari e non possono essere sconosciuti al nostro esecutivo né al Ministro dell’Interno.
Alla luce di questa condanna appaiono, pertanto, ancor più gravi le conseguenze delle scelte politiche attuate dall'Italia e dall'Unione europea e volte al respingimento dei migranti in Libia attraverso accordi con le autorità locali.
Il rinvio in un luogo in cui la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita risulta minacciata, come conferma la sentenza della Corte di Assise di Milano, non può essere tollerato.La scelta dell’Italia e della Ue di esternalizzare la gestione delle migrazioni ed il diritto d’asilo le rende corresponsabili delle condizioni inumane e delle torture che avvengono in Libia.
Anche il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio D'EuropaNils Muiznieks ha chiesto chiarimenti indirizzando lo scorso 28 settembre una lettera al ministro degli Interni Marco Minniti in merito alla collaborazione dell'Italia con la Guardia Costiera libica, ricordando al Ministro che l'azione dell'Italia in acque di competenza libica ne configura comunque la responsabilità internazionale per violazione degli obblighi derivanti dalla CEDU.
L'ASGI fa appello al Governo ed al Parlamento italiano affinché prendano atto della necessità di una svolta nelle politiche migratorie attuate negli ultimi anni, facilitando così l'ingresso per lavoro e quello per richiedere protezione, attuando il soccorso in mare dei migranti e dismettendo gli accordi di riammissione in specie con Paesi e soggetti che non garantiscono il pieno rispetto della vita e della dignità della persona, conformemente alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo ed alla Convenzione di Ginevra sul riconoscimento dello status di rifugiato.

Ufficio Stampa
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“Rimpatri forzati con politiche illegali”: Amnesty denuncia i governi europei


di Emilio Drudi
“Da quando sono ritornato non ho una casa dove abitare. Ho vissuto per qualche tempo sotto i ponti, dentro vecchie auto o un garage… Poi sono andato in un’altra provincia a cercare la mia famiglia, ma non sono ancora riuscito a trovarla. Passo notti e giorni interi senza avere nulla da mangiare. E’ dura questa vita. E poi questa provincia è davvero piena di rischi. Ogni giorno ci sono combattimenti, esplosioni, uccisioni. Ovunque. A Kabul era lo stesso. Lì sotto il ponte dove mi ero rifugiato era pieno di tossicomani: ogni momento potevo essere ucciso da uno di loro… Qualche volta ho cercato riparo e chiesto del cibo in una moschea, ma quasi sempre i mullah mi hanno trattato con sospetto, temendo che fossi un ribelle o  un informatore della polizia. O che volessi addirittura compiere un’azione terroristica, visto che ci sono stati diversi, pesanti attacchi all’interno delle moschee…”.
E’ il racconto di Hamid, 18 anni appena compiuti, uno delle migliaia di profughi afghani espulsi dall’Europa e rimpatriati contro la loro volontà. Fino a qualche mese fa lui era in Norvegia. Gli operatori di Amnesty International lo hanno incontrato nel maggio scorso in una delle province periferiche dell’Afghanistan. La sua è una delle tante testimonianze del dossier che Amnesty ha presentato il 5 ottobre per mettere sotto accusa le politiche dell’Unione e dei singoli governi europei sull’emigrazione e sul diritto d’asilo. Nel mirino è in particolare l’accordo capestro che Bruxelles ha imposto nell’ottobre del 2016, costringendo Kabul ad accettare il rientro di 80 mila profughi per sbloccare 3,7 miliardi di euro di “finanziamenti per la ricostruzione”, un contributo che l’Unione Europea si era impegnata da tempo ad elargire, ma che è stato trasformato di fatto in un’arma di ricatto. La Commissione Ue, per parte sua, ha sempre negato che ci fosse una connessione tra i rimpatri e tutti quei miliardi. Federica Mogherini, responsabile della politica estera, lo ha ribadito con forza, quasi sdegnata, anche poche ore prima della firma in calce al Joint Way Forward, l’intesa per quelle che appaiono vere e proprie deportazioni. A smentire la Ue e la Mogherini sono stati però, già subito dopo l’incontro finale a Bruxelles, alcuni membri della delegazione afghana, i quali hanno lasciato capire di essere stati costretti ad accettare la “disponibilità” a far rientrare a decine di migliaia i profughi  fuggiti  in tanti anni di guerra e terrore.
La conferma delle pressioni esercitate su Kabul dall’Unione è poi venuta dal ministro delle finanze afghano Ekil Hakimi, il quale – come riferisce il rapporto di Amnesty – ha dichiarato in Parlamento: “Se l’Afghanistan non collabora con gli Stati membri dell’Unione Europea nella crisi dei rifugiati, ci sarà un impatto negativo sull’ammontare degli aiuti destinati al nostro paese”. “Questo strumento di pressione – aggiunge Amnesty nel suo dossier – è stato poi ribadito da una nostra fonte confidenziale afghana, che ha definito ‘un calice di veleno’ quello che il governo di Kabul è stato costretto a bere in cambio degli aiuti”.
Un “calice di veleno” che provoca morti e sofferenza. A Bruxelles si sono giustificati asserendo che l’Afghanistan è ormai in gran parte “sicuro”. Su cosa si basi questa affermazione non è dato sapere. Nell’arco del 2016, in quasi tutte le regioni sono aumentati gli attacchi, sia contro obiettivi militari che contro civili inermi. Li hanno condotti gruppi armati ricollegabili ai talebani e a formazioni vicine ad Al Qaeda oppure, sempre più spesso, a milizie fedeli all’Isis, che controllano una vasta porzione di territorio, organizzata come un governatorato sottomesso al Califfato di Al Baghdadi. Non a caso, verso la fine dello scorso settembre, gli Stati Uniti e la Nato hanno dichiarato che il contingente militare occidentale “deve restare” per poter fronteggiare l’offensiva dei ribelli, mentre il presidente Trump, quasi a dare concretezza a questa affermazione, ha deciso di inviare altri 3 mila soldati, sollecitando rinforzi anche da parte delle nazioni Nato.
C’è di più. Poche settimane dopo la firma del Joint Way Forward, quasi a smentire le dichiarazioni di Bruxelles, il rapporto annuale dell’Onu ha definito il 2016 “l’anno peggiore” in Afghanistan dal 2001, quando è iniziata la guerra. Sono i dati obiettivi a testimoniarlo, con una escalation terribile, anno dopo anno. Nel quinquennio tra il 2012 e il 2016, in particolare, ci sono state, tra i civili, 7.590 vittime (2.769 morti e 4.821 feriti) nel 2012; poi 8.638 nel 2013 (di cui 2.969 morti e 5.669 feriti); 10.535 nel 2014 (con 3.710 morti e 6.825 feriti); nel 2015 si è saliti a 11.034 (di cui 3.565 morti e 7.469 feriti); fino ad arrivare al record di 11.418 vittime nel 2016,  con 3.498 morti e 7.920 feriti. Nel 2017 la tendenza è la stessa: l’ultimo rilevamento, relativo ai primi sei mesi, registra 1.662 morti e 3.581 feriti, per un totale di 5.243 vittime, quasi trenta ogni 24 ore. Attacchi clamorosi ci sono stati anche in queste settimane. Il 28 settembre un commando di talebani ha assaltato il quartier generale della polizia di Kandahar, uccidendo almeno 12 agenti e ferendone numerosi altri. Tre giorni prima è caduto in un’imboscata, nel cuore stesso di Kabul, un convoglio militare: tre morti. Non vengono risparmiati neanche i luoghi di culto: a fine agosto, l’Isis, sempre a Kabul,  ha preso di mira la moschea sciita Imam Zaman, colma di persone per la preghiera del venerdì: sono stati uccisi due agenti dei servizi di sicurezza e si contano decine di fedeli colpiti da raffiche di mitra o investiti dall’esplosione della bomba di un kamikaze.
Ecco, secondo Bruxelles questo sarebbe un “paese sicuro”, dove far rientrare i profughi che ne sono fuggiti. E così i rimpatri si sono moltiplicati. “Tra il 2015 e il 2016 – rileva il rapporto di Amnesty – sono quasi triplicati: da 3.290 si è saliti a 9.460”. Dal dicembre 2016 ad oggi l’impennata non ha subito soste. Di più: a questo forte aumento delle deportazioni corrisponde “un marcato calo delle domande d’asilo accolte: dal 68 per cento del settembre 2015 si è scesi al 33 per cento del dicembre 2016”, meno della metà. E questo nuovo, insormontabile muro costruito dalla Ue causa morte e sofferenza non solo in Afghanistan ma nella stessa Fortezza Europa.
All’inizio di febbraio di quest’anno, tre ragazzini afghani non ancora diciottenni sono stati trovati morti, in Svezia, a pochi giorni di distanza, nei centri di accoglienza dove erano ospitati. Tutti e tre suicidi. Nello stesso periodo, ma in istituti diversi, altri quattro, sempre minorenni, hanno tentato a loro volta di uccidersi: sono stati salvati appena in tempo. “Temevano di essere espulsi: questa grande paura ha tolto loro ogni speranza”, ha spiegato, in una dichiarazione alla stampa, Mahboda Badadi, un operatore sociale che si occupa di rifugiati minorenni non accompagnati. Poche settimane prima, verso la fine di dicembre 2016, infatti, sulla scia del Joint Way Forward, un portavoce dell’Ufficio Svedese per l’Immigrazione aveva dichiarato che diverse regioni dell’Afghanistan erano ormai da considerarsi “less dangerous”, vale a dire “pressoché sicure”, sicché i richiedenti asilo di quelle zone sarebbero stati rimpatriati. Aveva anche specificato che il provvedimento non avrebbe riguardato i minorenni senza una famiglia che in Afghanistan potesse prendersene cura. Ma quell’annuncio in sé deve essere stato percepito come un ennesimo rifiuto: “Tutti i ragazzi afghani erano fortemente preoccupati che la loro richiesta di asilo fosse respinta. D’altra parte si tratta di giovanissimi molto provati, bisognosi di essere compresi e guidati”, ha detto alla France Presse Sara Edwardson Ehrnborg, una insegnante che collabora con gruppi umanitari no-profit, confermando nella sostanza il giudizio di Mahboda Badadi.
Quei sette ragazzini, evidentemente, non hanno retto all’idea che avrebbero potuto essere costretti a tornare nel paese dal quale erano scappati a rischio della vita stessa, pur di lasciarsi alle spalle un mondo di terrore e avere la possibilità di costruirsi una prospettiva di futuro. Così hanno deciso di farla finita. E per tre di loro non si è arrivati in tempo a salvarli. Né questa catena di disperazione si è interrotta. L’ultimo caso si è verificato in Italia, a Milano: un giovane afghano si è impiccato nella notte tra il 23 e il 24 agosto in un locale appartato del centro accoglienza di via Corelli. Era arrivato due o tre giorni prima, proveniente dalla frontiera del Brennero, dove la polizia lo aveva bloccato mentre tentava di entrare in Austria. “Era molto depresso, tanto che gli era stato subito fissato un colloquio con uno specialista: doveva andarci proprio la mattina che lo abbiamo trovato senza vita”, hanno detto gli operatori del centro. E’ credibile che quel respingimento al Brennero abbia soffocato anche le sue ultime speranze: che si sia sentito intrappolato tra i muri della Fortezza Europa e la prospettiva di essere costretto a tornare in Afghanistan.
Allora, il Joint Way Forward firmato nell’ottobre del 2016 potrà magari “sfoltire” la presenza dei rifugiati afghani in Europa, ma nel conto non si possono non mettere anche le ferite profonde che provoca questa nuova, ennesima barriera. E le vittime che ne restano schiacciate. “Siamo convinti – dicono al Comitato Nuovi Desaparecidos – che ci siano pesanti responsabilità dell’Unione Europea e di tutti gli Stati membri per questo ulteriore calvario al quale sono condannati i profughi afghani. Non è pensabile che a Bruxelles e nelle varie capitali non sappiano che cosa accade al di là ed anzi a causa dei muri che stanno continuando ad alzare. Vale per la Libia, ad esempio, come ha dimostrato, un’altra volta ancora, il recente dossier di Medici per i Diritti Umani e vale anche per l’Afghanistan, come denuncia l’ultimo rapporto di Amnesty e come già emergeva con forza, del resto, dalla relazione 2016 delle Nazioni Unite. Allora, ha ragione Amnesty: l’intera Europa sta perseguendo politiche illegali, che mettono a rischio la vita stessa di tanti uomini e donne che bussano alle sue porte. Perché non solo resta sorda al loro grido d’aiuto, ma li ricaccia nell’inferno da cui stanno fuggendo. Tanti, troppi ne sono già morti. E si profilano complicità precise, se non peggio, per queste vite perdute. E’ tempo di portare tutto ciò di fronte a una corte di giustizia. Anzi, il tempo è già scaduto”.


Tratto da: Tempi Moderni        

domenica 8 ottobre 2017

Un sacrario per le vittime di Lampedusa: “Onorare i morti salvando i vivi”


Sono passati esattamente quattro anni dalla tragedia di Lampedusa: 366 vite di giovani profughi spazzate via quando erano ormai a un passo dalla salvezza. L’agenzia Habeshia, rilanciando una proposta già formulata nel marzo 2016, torna a chiedere che venga realizzato un sacrario per ricordare questa tragedia.
La strage, in quell’inizio di autunno 2013, scosse la coscienza di tutti, urlando in faccia al mondo l’odissea dei migranti e, in particolare, il calvario del popolo eritreo, oppresso da una dittatura feroce. Erano eritree, infatti, quasi tutte quelle 366 vittime. Sulla scia del dolore e della commozione, cambiarono la sensibilità e la percezione stessa del problema dei migranti nel cuore e nella mente della gente e nelle scelte della politica europea e italiana. Nacque proprio da qui Mare Nostrum, la prima missione della Marina italiana concepita con il mandato specifico di salvare vite nel Mediterraneo.
E’ stata, purtroppo, una nuova sensibilità di breve periodo. Si è cominciato a dire che Mare Nostrum costava troppo e dopo un anno esatto se ne è decisa la chiusura, come se fosse possibile valutare in euro il valore della vita umana. E via via si è come fatta l’abitudine a stragi uguali, se non più gravi, di quella di Lampedusa: i morti, migliaia di morti, come routine che non fa neanche più notizia. Così ora, a quattro anni di distanza, c’è un clima completamente diverso rispetto alla mobilitazione di quei giorni: la politica di apertura e accoglienza che si era fatta strada per non rendere vano il sacrificio di quei 366 giovani, ha lasciato il passo a una politica opposta, fatta di chiusura e respingimenti. Di egoismo gretto anziché di umana solidarietà, sordo al grido d’aiuto che sale da tutto il Sud del mondo.
In questo clima, rischia di diventare una cerimonia vuota e stanca anche la Giornata della memoria per le vittime dell’emigrazione, istituita dal Parlamento italiano nel marzo del 2016. Se ne è avuto un segnale anche il 3 ottobre scorso a Lampedusa, nel quarto anniversario della strage. Non manca chi dà ancora grande, concreto valore a questa ricorrenza. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, o la ministra Valeria Fedeli, ad esempio, hanno ribadito tutta la propria disponibilità a riempire di contenuti questa data, ascoltando con partecipazione, in particolare, la voce dei numerosi sopravvissuti e familiari delle vittime che si sono dati appuntamento sull’isola. Ma altri rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee si sono limitati a una visita fugace, senza neanche incontrare i primi protagonisti del naufragio, i superstiti e le famiglie di chi non c’è più. Forse perché non sarebbe stato facile spiegare a chi ha subito sulla propria pelle o sulla pelle dei propri cari le pene terribili provocate dai ”muri” della Fortezza Europa, come mai si è tornati ad alzarli, questi “muri”, anziché abbatterli come era stato promesso e dimenticando gli impegni presi dopo la strage.
E’ proprio a fronte di tutto questo che l’agenzia Habeshia ha deciso di riformulare la proposta avanzata nella primavera del 2016 al Presidente della Repubblica e ai presidenti del Senato e della Camera: realizzare un sacrario dove riunire i resti delle 366 vittime del naufragio, oggi sparsi in diversi cimiteri della Sicilia. Fare riposare insieme quelle donne e quegli uomini in un unico luogo: farli riposare insieme come insieme, purtroppo, sono morti e come insieme, fino a quella tragica alba, hanno accarezzato il sogno di una vita libera e dignitosa, un futuro migliore per sé e per i propri figli. “Tutti insieme – ha scritto già allora Habeshia – in un unico luogo: un piccolo sacrario dell’immigrazione, dove pregare, portare un fiore, riflettere. Se possibile, proprio nel cimitero di Lampedusa o, altrimenti, in una città della Sicilia, magari uno di quei porti dove sono arrivati e continuano ad arrivare migliaia di giovani che inseguono le stesse speranze dei fratelli che li hanno preceduti e che non ce l’hanno fatta”.
La proposta ha incontrato a suo tempo un certo interesse ed ha cominciato a muovere i primi passi. Poi, a poco a poco, si è arenata. Nella richiesta formulata nel 2016 si diceva che a dettarla erano essenzialmente due considerazioni:
– “La prima nasce da una esigenza di umana pietà: dare ai familiari, ai parenti, agli amici delle vittime un punto di riferimento dove poter elaborare il lutto: piangere e ricordare i propri cari per quel bisogno naturale, radicato in ogni cuore, di mantenere vivi certi legami affettivi al di là della morte stessa”.
– La secondo è la convinzione che “proprio questo piccolo sacrario può conferire più consistenza e spessore alla Giornata della Memoria, dando voce e concretezza all’esigenza di legare i ricordi a luoghi, episodi, circostanze, persone. In una parola, a un simbolo capace di riassumere i sentimenti e, insieme, il senso di giustizia che ciascuno porta con sé in un angolo della propria coscienza”.
– A queste due si aggiunge ora una terza considerazione: quel sacrario, ovunque venga fatto, resterà un monito su quello che provoca, giorno per giorno, anno dopo anno, la politica di chiusura e respingimento adottata dalla Fortezza Europa nei confronti dei profughi e dei migranti. Il monito che il modo migliore per onorare i morti è salvare i vivi e un richiamo costante ai valori di libertà, solidarietà, uguaglianza, giustizia, che sono il fondamento della Costituzione Repubblicana e dell’idea stessa d’Europa: l’essenza del nostro “stare insieme”.
“Habeshia è certa di interpretare, con questa richiesta, il sentire comune e la volontà di tutti i familiari e gli amici delle vittime. Le vittime di Lampedusa in particolare, ma anche le altre decine di migliaia che si sono perse nel Mediterraneo in questi anni. Di più: accogliere questa richiesta sarebbe certamente un segnale molto significativo anche per tutte le donne e gli uomini che, nella loro fuga per la vita dall’Africa e dal Medio Oriente, sperano di trovare accoglienza in Europa o, più in generale, nel Nord del mondo, per salvarsi da guerre, terrorismo, persecuzioni, siccità e carestia, disastri ecologici e ambientali, fame e miseria endemica. E, nel caso specifico dell’Eritrea, da cui venivano ben 360 delle 366 vittime del tre ottobre 2013, un monito costante dell’inferno in cui la dittatura ha precipitato il paese e la sua gente”.

Così si concludeva la richiesta inviata nel 2016: non c’è bisogno di aggiungere altro.

Volker Turk dell’UNHCR mette in guardia sulle minacce legate allo spazio di protezione a livello globale

COMUNICATO STAMPA UNHCR
Volker Turk dell’UNHCR mette in guardia sulle minacce legate allo spazio di protezione a livello globale

Le violazioni della norme internazionali in materia di asilo, quali i frequenti attacchi da parte di milizie ed eserciti e famiglie costrette a tornare indietro attraverso il confine, hanno messo a rischio la sicurezza delle persone in fuga nel 2017, ha detto il capo della Protezione dell’UNHCR.
Durante il discorso annuale all’incontro del Comitato Esecutivo dell’Agenzia ONU per i Rifugiati, l’Assistente dell’Alto Commissario per la Protezione Volker Türk – il massimo esperto delle Nazioni Unite sul tema della protezione internazionale – ha detto che tali violazioni sono “diffuse e si verificano in tutte le parti del mondo”.
“In particolare, includono l’uccisione di rifugiati da parte di militari”, ha affermato, aggiungendo che si è anche verificata un’impennata di gravi casi di refoulement, ritorno forzato e respingimenti dei rifugiati.
“Famiglie terrorizzate sono state deportate nel bel mezzo della notte, spesso con la connivenza delle forze di sicurezza dei Paesi d’origine”, ha dichiarato a un pubblico di rappresentanti di 151 Stati che compongono il Comitato Esecutivo.
Chi ha il potere spesso non rispetta la tradizione per cui l’asilo è un atto umanitario e apolitico, ha affermato. Alcuni politici hanno rinunciato all’umanità per tornaconti elettorali e politici a breve termine, sostenendo di agire in difesa della libertà, della sicurezza e della sicurezza dei propri cittadini.
“Questo è pericoloso – non solo per i rifugiati, le cui vite ne risentono profondamente – ma anche per i cittadini, nella cui difesa i governi affermano di agire”.
Un’altra forte preoccupazione sta nell’aumento dell’uso di misure di deterrenza da parte dei governi, che in alcuni casi sono diventate “politiche deliberate di trattamenti crudeli, inumani e degradanti, nei confronti di persone che fuggono proprio da questo”.
“Non vi è alcuna giustificazione nel separare le famiglie, o nel tenere i rifugiati in un limbo o a languire in centri di detenzione off-shore dagli standard al di sotto delle norme, in strutture di accoglienza inappropriate o intrappolati in aree di confine”.
“Un rifugiato è un rifugiato”
“Trattare gli esseri umani in questo modo è dannoso non solo per loro, ma anche per la società in generale, in quanto gli effetti di tale condotta portano alla disumanizzazione dell’individuo e alla brutalizzazione della società tutta”.
La violenza sessuale e di genere rimane la maggiore causa di fuga, ed è un serio pericolo anche lungo le rotte. Può assumere varie forme, dallo stupro all’aggressione sessuale, dalla violenza domestica al matrimonio in età infantile, fino allo sfruttamento sessuale.
Türk ha fatto riferimento ai numeri in aumento dei bambini rifugiati, che rappresentano oltre la metà dei 22,5 milioni di rifugiati.
Solo lo scorso anno, sono stati registrati 64.000 minori non accompagnati e separati al confine tra Stati Uniti e Messico, dei 2,4 milioni di rifugiati siriani più della metà erano bambini, e oltre un milione di minori sono fuggiti dal Sud Sudan.
Ha toccato il tema dell’uso dei termini e del linguaggio con cui si connotano i rifugiati, per esempio quando si parla di rifugiati chiamandoli “salta file” (queue jumpers) o bollandoli come terroristi o criminali.
“Si sollevano questioni molto cariche dal punto di vista emozionale solo per guadagnare voti, per disinformare, per trovare un capro espiatorio, spesso in una maniera che disumanizza, crea divisioni e polarizza,” ha dichiarato.
Viene utilizzata una serie di termini per descrivere i rifugiati, come “gente senza documenti” o “migranti vulnerabili”, con l’idea di rendere più forte la causa dei diritti delle persone in fuga. Tuttavia, questo ha creato confusione e “ha lasciato campo libero a coloro che preferiscono minare i diritti dei rifugiati”.
“Devo dire che, a parte l’erronea definizione giuridica, trovo che sia inappropriato presentare delle persone come una sotto-categoria di qualcosa, rifugiati o non”, ha aggiunto. “Un rifugiato è un rifugiato”.
“La legge internazionale sui rifugiati stabilisce misure di salvaguardia per proteggere coloro che hanno bisogno di protezione internazionale”
In alcuni circoli accademici e internazionali è diventato di moda discutere se il sistema d’asilo regga o meno, ma queste argomentazioni solitamente non funzionano.
“Riaprire una discussione su quali siano le fondamenta su cui si è basata la protezione internazionale per circa sei decenni rischia di diventare un esercizio che indebolisce gli standard esistenti, riducendoli al minimo, a danno dei milioni di rifugiati che dipendono da questo sistema per sopravvivere”, ha affermato.
Türk ha elogiato gli sforzi che sono stati fatti nel promuovere la coesistenza pacifica nelle comunità ospitanti.
“In Libano, Iraq e Chad, i progetti per lo sviluppo urbano nelle zone dove risiedono i rifugiati, come ad esempio la costruzione o la ristrutturazione di scuole e spazi per bambini, cliniche, impianti per l’acqua e di sanificazione, rappresentano un beneficio sia per rifugiati ma anche per la comunità del Paese ospitante e possono contribuire a ridurre eventuali tensioni e conflitti tra le persone,” ha detto Volker Türk.
Volker Türk ha parlato della possibilità di stimolare “la maggioranza silente e coloro che sono sempre sulle retovie”, così che le tematiche che riguardano i rifugiati possano diventare questioni di interesse per “tutta la società”.
Volker Türk ha poi aggiunto che è davvero incoraggiante che più di 1,5 milioni di persone abbiano firmato la campagna dell’UNHCR #WithRefugees a favore di un’azione concreta per assicurare istruzione, accoglienza, lavoro e formazione per i rifugiati.
La sicurezza e la protezione devono andare di pari passo, l’una non è possibile senza l’altra.
“Il diritto internazionale in materia di asilo fornisce le misure di salvaguardia per proteggere tutti coloro che sono vittime di persecuzioni, conflitti e violenze – incluso il terrorismo –  e che hanno pertanto bisogno di protezione internazionale, tenendo in considerazione il bisogno di garantire la sicurezza dei Paesi ospitanti e della loro popolazione”. Türk ha sottolineato poi come spesso i rifugiati siano le prime vittime del terrorismo.
“Non c’è alcun dubbio che il multilateralismo sia la via del futuro”.
Nel lungo periodo, le catene dei flussi delle migrazioni forzate devono essere spezzate, ha detto Türk.
“In qualche modo, una più ampia comprensione delle possibili soluzioni, che includono affrontare le cause alla radice, rispondere ai bisogni immediati e investire nello sviluppo su lungo termine, può essere la strada per raggiungere quest’obiettivo.”
Idealmente, questo vuol dire impedire che i problemi crescano, in primo luogo affrontando le cause che spingono le persone a fuggire. Spesso legate alla mancanza di una buona governance e al funzionamento effettivo dello stato.
“Sfortunatamente, in troppe occasioni, ci confrontiamo con profonde disuguaglianze, con l’assenza di un senso di responsabilità verso le persone, e un incontrollato e massiccio sfruttamento delle risorse naturali a spese delle popolazioni locali. In un mondo sempre più interconnesso, questi problemi non restano isolati, ma interessano tutti noi”.
L’accesso all’istruzione e la promozione dell’autosussistenza sono parte della soluzione. Di sei milioni di rifugiati in età scolare, 3,7 milioni non hanno accesso all’educazione e i bambini rifugiati che riescono ad andare a scuola tendenzialmente perdono dai tre ai quattro anni di scuola.
“Sul lungo periodo, l’accesso sostenibile ai sistemi scolastici nazionali è la chiave per assicurare ai bambini rifugiati di ottenere certificati e riconoscimenti validi, promuovere la coesione sociale e investire nei programmi e nelle infrastrutture già esistenti.”
Coloro che desiderino fare ritorno nei loro Paesi di origine, spesso dopo aver trascorso molti anni in esilio, vanno incontro ad una decisione particolarmente difficile da prendere.
“Se le persone vogliono fare ritorno nel proprio Paese d’origine, hanno il pieno diritto di farlo ed è compito dell’UNHCR fare tutto il possibile affinché questa decisione venga presa in libertà e con la giusta consapevolezza e che le persone abbiano accesso a tutto il supporto necessario una volta tornati nel Paese d’origine”, ha aggiunto Türk.
Nelle sue conclusione, Valter Türk ha sottolinea che sulla base dell’esperienza del CRRF, il lavoro dell’UNHCR il prossimo anno sul Global Compact sui rifugiati aiuterà a rafforzare questi impegni.
“Non c’è dubbio che il multilateralismo sia la via per il futuro ed è nell’interesse di ogni Paese. E questo è ancor più evidente nel contesto dei rifugiati.”

Il link al discorso completo:

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Per informazioni

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L’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e l’UNHCR insieme per la protezione dei minori stranieri separati e non accompagnati in Italia.


NOTA ALLA STAMPA



L’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e l’UNHCR insieme per la protezione dei minori stranieri separati e non accompagnati in Italia.


Roma, 6 Ottobre 2017 - Nella giornata odierna, l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, hanno firmato un Protocollo d’intesa per promuovere iniziative congiunte finalizzate alla protezione dei minori stranieri non accompagnati e separati in Italia. Tale collaborazione è volta a facilitare la conoscenza e il pieno rispetto delle convenzioni internazionali sui diritti dei bambini e adolescenti e sui principi fondamentali per la loro protezione, quali il superiore interesse del minore, la non discriminazione, il diritto alla vita, alla sopravvivenza, allo sviluppo e, non ultimo, particolarmente il diritto all’ascolto. 
“Questa collaborazione con UNHCR – ha sottolineato la Garante Filomena Albano – è un bellissimo progetto, in linea con le attività che caratterizzano questa Autorità. L’ascolto e la partecipazione attiva dei migranti più fragili, i bambini e gli adolescenti che giungono nel nostro paese soli, sono elementi essenziali per fornire loro gli strumenti più utili nella costruzione del proprio futuro: la conoscenza dei propri diritti e dei propri doveri nella consapevolezza di trovare chi saprà raccogliere le loro richieste e aiutarli a tradurle in progetti da realizzare”.
Nel 2017 sono arrivati in Italia via mare oltre 13mila bambini e adolescenti non accompagnati o separati, vale a dire il 13 per cento di tutte le persone arrivate sulle nostre coste. Con gli arrivi, sono aumentate anche le sfide per garantire protezione adeguata soprattutto alle persone con bisogni e vulnerabilità specifiche, anche nel quadro della recente legge, approvata ad aprile 2017, che attiene all’accoglienza e alla tutela dei minori stranieri non accompagnati.
“I bambini sono particolarmente esposti a rischi di abusi, sfruttamento e violenza. Spesso sono fuggiti da soli e hanno viaggiato fino ad arrivare sulle nostre coste senza la cura e la protezione della famiglia. In molti casi le famiglie sono state separate durante il viaggio. I minori sono pertanto portatori di specifiche vulnerabilità e hanno bisogno di servizi e misure di protezione idonee e mirate,” ha detto Stephane Jaquemet, Delegato dell’UNHCR per il Sud Europa.
In linea con le funzioni e le competenze dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e il mandato dell’UNHCR, le azioni e gli interventi previsti dal Protocollo intendono sostenere l’effettiva protezione delle persone di minore età in Italia, con particolare attenzione alla promozione della loro partecipazione come modalità di esercizio dei loro diritti. Saranno realizzate visite ad almeno quindici strutture per minorenni afferenti ai sistemi di prima e di seconda accoglienza. Tali visite metteranno al centro momenti di ascolto e di consultazione con i giovani migranti in esse ospitati, sulla base di una metodologia partecipativa e un approccio basato sui diritti.
“Con questo Memorandum d’intesa e le attività che realizzeremo insieme all’Autorità Garante vogliamo potenziare le opportunità di ascolto e coinvolgimento dei minori, affinché siano pienamente partecipi di tutte le azioni che li riguardano, nel loro superiore interesse,” ha concluso Jaquemet.


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mercoledì 27 settembre 2017

I migranti come arma di ricatto tra lotte di potere, ritorsioni e nuovi equilibri in Libia. E i morti aumentano


di Emilio Drudi

Nel week end tra il 15 e il 17 settembre sono arrivati in Italia dalla Libia più di 1.800 migranti su una quindicina di gommoni. Senza contare il flusso crescente di “barche fantasma”, pescherecci di varie dimensioni che, partendo dalla Tunisia, approdano in Sicilia, soprattutto sulle coste dell’Agrigentino. Dopo giorni di sbarchi in calo e di continue, “trionfanti” notizie di blocchi effettuati dalla Guardia Costiera libica lungo le coste africane, questo improvviso exploit di sbarchi ha destato non poca sorpresa, contraddicendo almeno in parte le dichiarazioni del Governo italiano sull’efficacia e sulla tenuta dei “muri” eretti nel Mediterraneo e nel Sahara con gli ultimi accordi stipulati da Roma con Tripoli. Non a caso, questo degli sbarchi, è stato uno dei temi guida del dibattito politico e del notiziario dei media nel fine settimana.
In realtà, non sembra ci sia molto da stupirsi. Innanzi tutto perché, di fronte a un problema come quello dei flussi migratori in corso, alzare muri non serve a nulla. La fuga per la vita di migliaia di persone, costrette ad abbandonare il proprio paese da condizioni di crisi estreme, non si ferma costruendo barriere. In qualche modo chi fugge riesce a passare: o forzando i blocchi o trovando altre vie, come dimostrano il forte incremento degli arrivi in Spagna e in Grecia o la nuova rotta che dalla Tunisia punta sul litorale di Agrigento e quella che dalla Turchia arriva in  Romania o in Bulgaria attraverso il Mar Nero. Le barriere, semmai, fanno aumentare le morti e le sofferenze, moltiplicando il numero delle vittime. Nel caso specifico della Libia, poi, quello eretto accordandosi con Tripoli è un muro particolarmente poroso e incerto: il Governo di Alleanza Nazionale (Gna), benché riconosciuto dall’Onu e dalla comunità occidentale, è una entità debole, contestata in gran parte del paese, non in grado di esercitare il controllo nemmeno sul territorio della sola Tripolitania, combattuta dal governo rivale di Tobruk, da quello islamico deposto con l’insediamento del presidente Serraj nel marzo 2016 ma tutt’altro che disposto ad andarsene e osteggiata anche da una serie di potentati locali o tribali.
Il grande afflusso di profughi verso l’Italia registrato tra il 15 e il 17 settembre va calato appunto in questo contesto. Per capirne di più vale la pena riflettere su alcuni avvenimenti registrati in Libia pochi giorni prima o durante lo stesso week end degli sbarchi.
– Sei settembre. Il ministro italiano dell’interno, Marco Minniti, probabilmente anche sulla scia del confronto fra Tripoli e Tobruk promosso a Parigi dal presidente Emmanuel Macron, incontra in visita ufficiale a Bengasi e invita formalmente a Roma per il 26 settembre, il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Libia, capo dell’esercito nazionale, sostenuto da Russia, Egitto, Arabia, Emirati Arabi e dalla stessa Francia. Tripoli mostra un certo “fastidio” per questa iniziativa italiana, che indubbiamente ne riduce l’autorità, ma non protesta ufficialmente. Al suo posto protesta il Consiglio Militare di Sabratha, una delle poche forze armate organizzate su cui può contare Serraj, che condanna senza mezzi termini l’invito in Italia fatto ad Haftar quasi come a un capo di Stato, contestando che l’iniziativa è stata presa proprio subito dopo che il Governo di Tripoli ha nominato un nuovo comandante dell’esercito e ricordando, tra l’altro, che la Corte Penale Internazionale ha sollecitato ripetutamente l’arresto per crimini di guerra di uno dei principali collaboratori del generale. Una presa di posizione dura, rivolta a tutta la comunità internazionale: “Chiediamo – ha detto un portavoce del Consiglio, secondo quanto riferisce il Libya Observer – che tutti gli Stati blocchino ogni iniziativa che possa in qualche modo legittimare coloro che perseguono obiettivi politici attraverso un’azione militare”. E’ palese il riferimento ad Haftar e alle operazioni che stanno allargando il controllo della Libia da parte dell’esercito di Tobruk.  
– Diciassette settembre. Il premier di Tobruk Abdullah al Thinni, chiede alla comunità internazionale di riconoscere la legittimità del suo governo, dando seguito in un certo senso agli accordi politici sottoscritti nel 2015, sotto l’egida dell’Onu, prima dell’insediamento di Serraj. “Il nostro esecutivo, benché provvisorio – dichiara al Thinni in una intervista rilasciata all’agenzia France Presse – è nato da una consultazione elettorale e rappresenta tutte e tre le regioni del paese (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), tutte le città e tutte le regioni. Il nostro esercito controlla il 90 per cento del territorio libico. La comunità internazionale deve rispettare la volontà del popolo…”. Può essere magari solo un caso, ma questa dichiarazione è arrivata all’indomani dell’ottantaseiesimo anniversario dell’esecuzione di Omar al Mukhtar, l’eroe della resistenza libica contro gli italiani all’inizio degli anni 30 del 1900, celebrato con particolare partecipazione in Cirenaica, il “cuore” della lotta antri coloniale. E il giorno dopo l’Egitto ha offerto la sua totale disponibilità a rafforzare e  riorganizzare l’esercito di Tobruk guidato da Haftar. Non solo: il 26 settembre è previsto a Tunisi il primo di una serie di incontri per modificare l’accordo firmato il 17 dicembre 2015 a Skhirat, in Marocco, che ha portato al potere Serraj e che è stato sempre contestato dal Parlamento di Tobruk.
– Diciassette settembre. Nel corso di violenti combattimenti, condotti anche con armi pesanti e blindati, viene ucciso a Sabratha Ahmad Dabbashi, detto “Ammou” (lo zio), noto per essere stato uno dei principali “baroni” del traffico di migranti in Libia, in grado di controllare decine di chilometri di litorale, a ovest di Tripoli. Gli scontri hanno visto contrapporsi i miliziani di Dabbashi e i soldati della Operation Room Against Daesh, un reparto costituito nel febbraio 2016 per contrastare l’avanzata dell’Isis e diventato poi una forza stabile, agli ordini del Consiglio Militare. Con le truppe di Dabbashi si è schierata anche la Brigata 48, guidata da Mehemmed, il fratello più giovane, e implicata a sua volta nel traffico di migranti.
Potrebbe sembrare un “normale” scontro tra milizie fuorilegge e forze di sicurezza fedeli al Governo. Nelle ultime settimane, però, il nome di Dabbashi è venuto fuori nella lista dei “signori” del mercato di esseri umani che, secondo una inchiesta della France Presse, si sono riconvertiti alla lotta contro l’immigrazione clandestina, dopo un danaroso accordo con l’Italia. Di “spartizione”, tra ex trafficanti riciclati, dei fondi concessi a Tripoli dall’Italia per fermare le partenze dei migranti, del resto, hanno parlato, a fine agosto, anche la Reuters e l’Associated Press. Il ministro Marco Minniti, a nome dell’intero Governo, ha negato con decisione che l’Italia abbia mai trattato direttamente o indirettamente con i trafficanti, ma la France Presse non ha smentito i suoi servizi. Allora, se quanto ha scritto l’agenzia di stampa francese ha fondamento, sarebbe stato ucciso uno dei principali protagonisti del presunto patto: uno dei “boss” che si sarebbero impegnati, dietro compenso, a bloccare i migranti in Africa anziché imbarcali verso l’Europa. E a farlo fuori sono stati militari fedeli al governo di Tripoli, quello ufficialmente riconosciuto da Roma. Così non manca chi vede in questo episodio una sorta di ammonimento rivolto sia allo stesso Serraj (che si è trincerato dietro un rigido “no comment” quando la Reuters ha fatto uscire le prime notizie), perché non “ricicli” certi oscuri centri di potere, pur di avere il controllo nominale del territorio di Sabratha, sul quale sta puntando anche il generale Haftar; sia all’Italia, perché si limiti a rapporti con l’esecutivo “legittimo”, lasciando perdere eventuali, presunti accordi, anche magari indiretti, con i capi tribali o, peggio, con trafficanti più o meno ex.
Ecco, il grosso flusso di migranti registrato tra il 15 e il 17 settembre si è verificato in concomitanza con questi episodi. Certamente è legato al fatto che, nel caos in cui versa ormai da anni la Libia, nessuno al momento è davvero in grado di controllare tutte le coste e l’intero paese e che comunque bisogna fare i conti con una serie di potentati e poteri più o meno ampi ma fortemente radicati. Ci sono tuttavia abbastanza elementi anche per sospettare che, come è già accaduto più volte in passato fin dai tempi di Gheddafi, sia tuttora in vigore la vecchia “tecnica” di aprire o chiudere i flussi dei migranti come arma di ricatto. Un ricatto al quale l’Italia e l’Europa si sono esposte nel momento stesso che hanno associato la Libia al Processo di Khartoum nel novembre 2014 e firmato i patti che ne sono seguiti, a cominciare dal memorandum entrato in vigore il 2 febbraio scorso a Roma. Il punto è che a rimanere incastrati in questo gioco delle parti sono innanzi tutto i profughi, la parte più debole. Non a caso nei primi nove mesi del 2017, smentendo chi sosteneva che bloccando le partenze dall’Africa ci sarebbero stati meno morti, il numero delle vittime in rapporto a quello degli sbarchi è decisamente aumentato rispetto al 2016: secondo gli ultimi rilevamenti, si è saliti a un migrante morto ogni 48 arrivati fino al 20 settembre contro un morto ogni 67/68 nell’intero anno passato.

Tratto da: Tempi Moderni   

      

martedì 5 settembre 2017

Migranti, un complice coro di sì alla politica italiana dalla Ue. Anche se uccide la democrazia


di Emilio Drudi

Il vertice Ue di Parigi di fine agosto ha approvato in pieno la politica italiana sul “blocco dei migranti”. Il presidente francese Emmanuel Macron si è spinto ad affermare che gli accordi tra Roma e la Libia volti a impedire altri sbarchi in Europa vanno presi a modello. Giudizi analoghi sono venuti dal vicepresidente della commissione europea Frans Timmerman in occasione del Forum di Cernobbio, una settimana dopo. Era prevedibile. Parigi ha rappresentato il sigillo finale per il programma di respingimento inaugurato dall’Unione Europea oltre dieci anni fa ed attuato in più fasi, con l’obiettivo di esternalizzare i confini della Fortezza Europa, spostandoli il più a sud possibile e affidandone la custodia a Stati terzi, in Africa o nel Medio Oriente.
La prima fase è stato il Processo di Rabat, firmato dalla Ue e da 27 Governi del versante occidentale dell’Africa nel 2006 ed ormai entrato pienamente a regime. E’ l’accordo che ha praticamente chiuso la rotta del Mediterraneo occidentale, dal Marocco verso la Spagna, dirottando i flussi dei migranti verso altre vie di fuga. La seconda tappa si è concretizzata grazie all’intesa sottoscritta con la Turchia nel marzo 2016. Sulla scia dei trattati di Malta (novembre 2015), che prevedono di fermare i profughi in mare o prima dell’imbarco e di rimandare indietro quelli che sono riusciti ad arrivare in Europa, Ankara, in cambio di 6 miliardi di euro, ha sbarrato il Mediterraneo Orientale, la via più battuta nel 2015, con circa 850 mila arrivi in Grecia. Rimaneva aperta, a questo punto, solo la rotta del Mediterraneo Centrale, dalla Libia e dall’Egitto verso l’Italia. Ora si è chiusa anche questa, attuando in sostanza il Processo di Khartoum, l’accordo simile al Processo di Rabat che, fortemente voluto dall’Italia e sottoscritto nel novembre 2014, è entrato lentamente ma progressivamente a regime grazie a tutta una serie di patti bilaterali stretti tra l’Italia e vari Stati africani: l’atto conclusivo, quello che ha sancito il blocco definitivo anche  di questa via di fuga, è stato il memorandum firmato con la Libia di Fayez Serraj il 2 febbraio scorso. Non a caso, insieme a Francia, Germania, Spagna e Italia, al vertice di Parigi c’erano rappresentanti della Libia, del Niger e del Ciad, gli Stati ai quali è appaltato in concreto il compito di fermare i richiedenti asilo prima ancora che arrivino alle sponde del Mediterraneo.
La giustificazione addotta da Parigi, Berlino, Madrid e Roma è che si sarebbe di fronte a una autentica “invasione” che l’Europa non è in grado di sostenere: verranno accolti – si è detto – soltanto coloro che fuggono da guerra e persecuzioni mentre le porte dovranno restare chiuse per i “migranti economici”. A leggere i dati senza pregiudizi, però, non si profila alcuna invasione. Quest’anno, fino al 31 agosto, sono arrivati in Europa 129.446 migranti, pari allo 0,02 per cento della popolazione dell’intera Ue. La maggior parte, poco più di 98 mila, sono sbarcati in Italia ma si tratta ugualmente di una cifra più che sostenibile (lo 0,16 per cento della popolazione italiana) e facilmente gestibile con un adeguato sistema di accoglienza, sia su base nazionale che europea. E’ chiaro, insomma, che parlare di “invasione” non ha senso. A meno che non si voglia alimentare un clima isterico di allarme.
Del tutto pretestuosa appare anche la distinzione tra “perseguitati” in fuga dalla guerra e “migranti economici”. E’ difficile capire, infatti, perché mai morire di fame o travolti dalla carestia dovrebbe essere molto diverso dal morire ammazzati dagli sgherri di un dittatore o sotto le bombe di una guerra. Quella della stragrande maggioranza delle donne e degli uomini che si rivolgono all’Europa è una “fuga per la vita”: questa è la realtà, anche se a Parigi, per l’ennesima volta, le cancellerie europee non hanno voluto vederla.
Non solo. Con l’ultimo giro di vite attuato da Roma, il blocco riguarda tutti, anche i richiedenti asilo che a parole l’Europa si dice disposta ad accogliere perché “in fuga dalla guerra”. Migliaia di donne, uomini, ragazzi nei confronti dei quali si stanno attuando sistematicamente dei respingimenti di massa, effettuati per mano della polizia libica, sudanese, egiziana, ciadiana, nigerina. Confinati in Libia o in pieno Sahara, nessuno di loro ha la possibilità di presentare una richiesta di asilo. A Parigi, rilanciando una promessa fatta ormai tante volte da essere ormai inflazionata, si è detto che saranno previsti in Africa hot spot dove esaminare la posizione di ogni singolo richiedente asilo. Ma non si è spiegato in alcun modo dove e come questi hot spot dovrebbero essere realizzati, in che tempi, sotto quale gestione, con quali garanzie di sicurezza, tutela e condizioni di vita dignitose. Finora si è pensato solo a respingere e basta. Quanto a tutto il resto, in concreto non c’è nulla. Nemmeno per chi scappa, ad esempio, dalla dittatura eritrea (associata, peraltro, nel Processo di Khartoum), dalle stragi del Sud Sudan, dai massacri del Darfur in Sudan, dal caos ultraventennale della Somalia, dallo Yemen sconvolto da una guerra che colpisce indiscriminatamente e sistematicamente anche obiettivi civili come ospedali e scuole e da una micidiale epidemia di colera. O, ancora, nemmeno per chi ha dovuto abbandonare il Mali, dove la guerra iniziata con la rivolta tuareg nel 2012, non è mai davvero finita e segna anzi una nuova escalation. Oppure, per chi cerca scampo dalla ferocia delle bande di Boko Haram in Nigeria.
Niente di niente. Da mesi sono tutti respinti indiscriminatamente. E si vanta il risultato che anche sulla rotta del Mediterraneo Centrale il flusso ora è in calo. Ma quanti di questi “respinti” sono morti o stanno morendo intrappolati in Libia o nel Sudan? Quanti sono ormai spariti nell’orrore dei lager libici o sudanesi? Quanti sono stati riconsegnati ai miliziani o alla polizia che opera spesso in combutta con i trafficanti? Quanti sono stati rimessi nelle mani delle dittature da cui sono fuggiti? Nessuno lo saprà mai con esattezza. Il quadro si sta però già delineando almeno in parte grazie alle testimonianze che cominciano a filtrare. Sono sempre più numerosi gli eritrei della diaspora, ad esempio, che ricevono richieste di aiuto da fratelli, familiari, amici bloccati dalla Guardia Costiera libica e rimessi spesso nei centri di detenzione dove, prima di imbarcarsi, hanno subito ogni genere di maltrattamenti, fino a vere e proprie torture. “E’ una situazione terribile – denuncia Abraham, a nome del Coordinamento Eritrea Democratica – si tratta di migliaia di persone che in Europa non possono più arrivare, che in Eritrea non possono tornare per non cadere in balia della dittatura messa sotto accusa dalla loro stessa fuga e che sono costrette, dunque, a restare nel caos della Libia, in quei centri di detenzione descritti da decine di rapporti come autentici gironi infernali. Persone che, oltre tutto, non hanno più neanche un soldo per cercarsi altre vie di fuga o persino per sopravvivere: abbiamo notizia di madri costrette a elemosinare per cercare di sfamare i propri bambini…”. Appelli analoghi arrivano dal Sudan, dove vengono segnalati centinaia di giovani gettati in carcere dalla polizia in attesa del rimpatrio forzato in Eritrea.
I protagonisti del vertice di Parigi non possono non essere al corrente di tutto questo. Ma non ne sembrano impressionati. Appellandosi al fatto che comunque la maggioranza dei richiedenti asilo sarebbe formata da “migranti economici”, se la sono cavata promettendo che verranno messe in campo politiche di sostegno e sviluppo nei paesi d’origine “sicuri”. Ma cosa si intenda per “paesi sicuri” lo dimostra il ricatto fatto dalla Ue all’Afghanistan nell’ottobre 2016, quando Kabul è stata costretta ad accettare il rientro di 80 mila profughi in cambio dei 3,5 miliardi di euro promessi da tempo per la ricostruzione del paese. Ecco, una delle giustificazioni addotte da Bruxelles era che tutto sommato l’Afghanistan sarebbe ormai “sicuro”. Peccato che pochi giorni dopo un rapporto dell’Onu abbia definito il 2016 l’anno peggiore e con il più alto numero di vittime civili dall’inizio della guerra nel 2001. I dati degli ultimi cinque anni sono eloquenti: 7.590 vittime civili tra morti e feriti nel 2012 e poi, via via, 8.638 l’anno successivo, 10.535 nel 2014, oltre 500 di più, 11.034, nel 2015 per arrivare poi a 11.418 (di cui 3.498 morti e 7.920 feriti) nel 2016. E nel 2017 il trend è ancora spaventoso: 5.243 vittime fino al 30 giugno, con 1.662 morti e 3.581 feriti. Non a caso, dall’inverno scorso, di fronte alla prospettiva di essere costretti a rimpatriare, si sono moltiplicati i suicidi tra i giovani profughi afghani. Ha suscitato grande eco, ad esempio, la sequenza di ben sette casi in pochi giorni in Svezia, nel mese di febbraio. L’ultimo caso si è verificato in questi giorni in Italia, a Milano.
Non solo. Mentre promettono interventi per “aiutare i migranti a casa loro”, Parigi, Berlino, Roma e Madrid fingono di ignorare che gran parte delle situazioni di crisi, guerre, carestie, fame endemica da cui quei migranti fuggono sono provocate proprio dalle scelte fatte dalle cancellerie europee e occidentali in genere. Per aiutare davvero i migranti “a casa loro” sarebbe necessario cambiare totalmente la politica del Nord nei confronti del Sud del mondo. Un segnale concreto in questo senso potrebbe essere, ad esempio, un “piano Marshall” per l’Africa. Ma, per ammissione degli stessi vertici Ue, non ce n’è traccia. E ognuno degli Stati presenti a Parigi persegue in Africa e nel Medio Oriente politiche che obbediscono a propri, precisi interessi economici e geostrategici, assai spesso in armonia con i governi dai quali i migranti fuggono. Governi che sono non di rado vere e proprie dittature ma anche sistemi di democrazia formale i cui leader, però, sono in realtà lontanissimi dalla gente, élites che hanno privatizzato o addirittura patrimonializzato lo Stato e le sue istituzioni ad ogni livello, per il proprio interesse personale o di clan, condannando la popolazione ad un limbo senza prospettive e ricorrendo magari alla violenza contro chi tenta di ribellarsi.
E’ questo il punto. L’Europa, il continente più ricco del mondo, pretende in sostanza che il problema dei profughi sia scaricato sui paesi di transito e prima sosta. Così urla all’invasione per alcune decine di migliaia di sbarchi, che sono un’inezia di fronte, ad esempio, al milione e passa di profughi ospitati in Uganda, il milione e 200 mila rifugiati in Libano, gli oltre 900 mila accolti in Etiopia, le centinaia di migliaia del Kenya. E sulla scia di questa isteria ha deciso di arroccarsi come in una fortezza di fronte ai disperati che bussano alle sue porte in cerca di aiuto. C’è chi dice, riferendosi alle ultime scelte del governo italiano, che adesso almeno si prospetta una “gestione del problema”, largamente approvata a livello europeo. Può essere vero: da qualche mese è più netta e decisa la “gestione” condotta da Roma. Ma è una gestione costruita sulla pelle, anzi, sulla vita stessa dei migranti. D’intesa con Bruxelles. In tutti i vertici europei degli ultimi anni, infatti, anche se il tema erano i migranti e i rifugiati in realtà non si è mai parlato di migranti e rifugiati. Non si è cercato di capire chi sono, da quali condizioni fuggono e perché, come sottrarli al ricatto dei trafficanti magari istituendo canali legali di immigrazione, come adeguare i sistemi di accoglienza alle esigenze che si sono profilate. E meno che mai si è deciso di verificare se i criteri per la concessione dell’asilo o di altre forme di tutela internazionale siano ancora adeguati o vadano invece rivisti e ampliati alla luce dei nuovi problemi emersi nel tempo: ad esempio, per i migranti ecologici e ambientali o magari per le vittime degli effetti devastanti del land grabbing, la rapina delle migliori terre coltivabili da parte di grandi società sovranazionali, che ha moltiplicato gli effetti della carestia in molti paesi, riducendone la capacità di produrre per il fabbisogno alimentare interno della popolazione.
Nulla di tutto questo. Si è sempre e solo discusso di come fermarli, i migranti, prima che possano arrivare in Europa. L’incontro di Parigi non si è sottratto a questa regola. Allora quell’ipocrita “aiutiamoli a casa loro” suona piuttosto come un “aiutiamoli a morire a casa loro”. Ignorando i fondamenti della nostra democrazia. Già, la nostra democrazia. Il ministro Marco Minniti è arrivato a dichiarare di aver temuto che la “crisi dei migranti” potesse mettere a rischio la tenuta democratica del Paese: è da questo timore che sarebbero state dettate le misure di chiusura e respingimento adottate. E’ vero: la nostra democrazia, i principi del nostro “stare insieme”, sono a rischio. Ma non per la pretesa invasione di migranti, come sostiene Minniti. Sono a rischio proprio per i provvedimenti presi negli ultimi anni da Roma e da Bruxelles, calpestando i diritti umani più elementari e i valori di libertà, uguaglianza, solidarietà, giustizia che sono la base della Costituzione Repubblicana e dell’idea stessa di Europa.




Tratto da: Tempi Moderni