martedì 28 dicembre 2010

lunedì 27 dicembre 2010

La tragedia degli eritrei deportati dai predoni.

Eritrea: uccisi altri due eritrei sequetrati nel deserto del Sinai. http://www.youtube.com/watch?v=bahFKFhwp64&feature=related

Demande d'information au sujet des réfugiés pris en otage.

Monsieur Ashras Rashed, ambassadeur d'Egypte, Suite au courrier ci-dessous qui est resté sans réponse, je vous fais parvenir l'article suivant qui est parut aujourd'hui même en rapport avec les crimes commis dans votre pays à l'endroit des réfugiés pris en otages dans le désert du Sinaï. Je n'ai rien contre le gouvernement Egyptien mais je lui demande de faire un geste humaniste envers ces personnes. http://www.periodicoitaliano.it/2010/12/26/“dalla-rivoluzione-dei-kayak-alle-lettere-aperte”/ Dois-je vous rappeler les incessantes demandes du haut commissariat au réfugiés ainsi que celles de la communauté Européenne qui vont dans le même sens? Il serait bienvenue pour l'image de l'Égypte au niveau international de faire un geste envers les droits humains En ce qui concerne mon mouvement "Kayak pour le droit à la vie", si la situation persiste, il ne serait pas exclu une traversée de la mer Méditerranée en kayak de mer jusqu'aux côtes de l'Egypte pour éveiller les consciences et alarmer l'opinion publique Internationale. Il est bien entendu que l'évènement serait médiatiser à grande échelle (audiovisuel, presse écrite et radiophonique). Pas seulement en Europe mais également en Amérique du nord. Je devrais passer sur les ondes de Radio-France Le Mouv et Radio-Canada la semaine prochaine et j'apprécierais avoir le point de vue de l'Égypte sur ce sujet. En attendant une réponse de votre part, Cordialement Georges Alexandre "Kayak per il diritto alla vita" +(39) 345-447-4486

Lettera Aperta

“Dalla rivoluzione dei kayak alle lettere aperte” Posted by 25 Stile Libero on Dec 26th, 2010 // Il mio amico Alexandre, che intervistai poco tempo fa in occasione della sua circumnavigazione dell’isola di Lampedusa per protestare contro la politica d’immigrazione adottata dal nostro Paese nei confronti degli Stati del Nord Africa che si affacciano sul Mediterraneo, ed in particolar modo della Libia, oggi mi ha girato la lettera del Presidente dell’Agenzia Habeshia Don Mussie Zerai. Zerai lancia un appello forte e chiaro alla Comunità Europea, alle ONG, alle Istituzioni del nostro Paese e di tutti quelli che si affacciano sul Mediterraneo affinché venga posta la parola “fine” al traffico di clandestini e dei loro organi. Molto si è raccontato, ma non sembra avere assunto particolare importanza. Non per gli occhi e le orecchie intorpidite dal niente. In fondo il supporto minimo che possiamo dare alla causa, dopo esserci documentati, è quello di veicolare gli appelli e le lettere. Di fare girare le notizie sulla rete e incrementare i contatti. E’ almeno un segnale d’inizio. “L’anno che si chiude è un anno difficilissimo per molti profughi che fuggono da situazioni drammatiche, respinti dall’Europa, incarcerati dai Paesi Nord africani, persone indesiderate dall’Occidente. Questa estate abbiamo assistito all’emergenza di profughi in Libia che tutt’ora non ha trovato soluzione e che, in questi giorni di festività natalizie, ci chiedono di non essere dimenticati al loro destino. Oggi viviamo un’altra emergenza: quella dei profughi ostaggi nel deserto del Sinai. Siamo spettatori del fallimento degli Stati che non sono capaci di adottare politiche per contrastare il traffico di esseri umani che determina l’arricchimento dei trafficanti, di organi umani, mentre perde terreno il diritto. Con il diritto la dignità umana, calpestata, senza che i paesi “civili”, distratti dal consumismo e dalle chiacchere, intervengono per salvare centinaia di profughi sequestrati da un mercato balordo, non tanto lontani ma alle porte dell’Europa. Un Natale molto amaro per noi che stiamo seguendo, giorno dopo giorno, la vicenda di queste persone fuggite per cercare protezione in Europa e che, invece, hanno trovato morte, tortura, stupri e violenze di ogni genere. Non ci stanchiamo di lanciare un appello a tutti: Istituzioni, Organizzazioni umanitarie, persone di buona volontà per chiedere con forza che gli stati coinvolti in questa vicenda, Egitto, Israele e l’Autorità Palestinese nella striscia di Gaza facciano un fronte comune per combattere il crimine del traffico di esseri umani e dei loro organi. Ci appelliamo affinché vengano liberati tutti gli ostaggi nelle mani dei trafficanti. Chiediamo alla Comunità Europea di assumersi delle responsabilità, di creare un percorso d’ingresso per richiedenti asilo e profughi che vengono a cercare protezione, ora bloccati nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo”. Don Mussie Zerai Presidente Agenzia Habeshia Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo. E-mail: agenzia_habeshia@yahoo.it David Giacanelli

venerdì 24 dicembre 2010

Trafficanti di uomini senza scrupoli che trasportano come bestie, e facendosi pagare profumatamente, disperati in fuga da Paesi come l’Eritrea il Suda

Trafficanti di uomini senza scrupoli che trasportano come bestie, e facendosi pagare profumatamente, disperati in fuga da Paesi come l’Eritrea il Sudan, la Somalia e l’Etiopia. Obiettivo: raggiungere Israele, isola di relativa stabilità, attraverso l’Egitto o Gaza. Dietro questo traffico di uomini, donne e bambini, oltre ai mafiosi di turno, ci sono anche organizzazioni islamiste come Hamas e i Fratelli Musulmani, che vanno così a rimpinguare il loro budget. Insomma: denaro sporco derivato dal traffico di esseri umani che va a finanziare attività terroristiche. A denunciarlo è un’inchiesta dell’Ong italiana EveryOne, che sta seguendo da tempo la vicenda della detenzione arbitraria a Rafah (Sinai del Nord, Egitto) di oltre 250 profughi eritrei, sudanesi, somali ed etiopi da parte dei trafficanti legati ad Hamas. Panorama.it ha intervistato il direttore di EveryOne, Roberto Malini, per capire più a fondo come funziona questo traffico. La sua associazione EveryOne ha denunciato il traffico di profughi africani tra l’Egitto e Israele da parte di bande di criminali legate a gruppi terroristi, quali Hamas e i Fratelli Musulmani. Come funziona il giro? E’ una rete molto potente e ramificata, con collegamenti e presenze su tutti i confini del Nord Africa, il cui braccio sono bande di criminali appartenenti a tribù beduine, di cui la più importante è quella dei Rashaida, distribuiti in Egitto e Libia, Eritrea, Sudan e Arabia Saudita. Queste organizzazioni criminali, che dispongono di tecnologia e moderni mezzi di trasporto, sono strettamente legate ai movimenti armati jihaidisti - come Hamas - e alla mafia araba che li sostiene, a partire dalla Fratelli Musulmani, il cui giro d’affari criminali non è inferiore a quello della mafia cinese, della mafia italiana e della mafia russa. Se si tiene conto che migliaia di profughi cadono ogni anno nelle mani dei trafficanti, e che per ognuno di questi infelici viene pagato un riscatto che in media raggiunge i 5.000 dollari, ci si può rendere conto di quale interesse vi sia in quest’odiosa attività criminosa. E Hamas controlla il traffico nel Sinai, giusto? Esatto. Nel Sinai la gestione del traffico di esseri umani è di Hamas, che controlla i tunnel che dalla Rafah egizia sbucano in quella dei Territori. E’ un giro remunerativo che finanzia attività terroristiche. Quello che sorprende è come alcuni personaggi legati al traffico di profughi eritrei, etiopi e sudanesi, come l’etiope Fatawi Mahari,circolino impunemente, portando con sé centinaia di migliaia di dollari in contanti, fra Territori, Egitto e anche Israele. Vengono indagati, a volte anche arrestati, ma dopo pochi giorni di detenzione, tornano a piede libero e continuano con i loro crimini. Come funziona il traffico di eritrei che vogliono raggiungere Israele? I trafficanti radunano gruppi di 200/250 profughi provenienti dalla Libia, che versano subito 2.000 dollari a persona per raggiungere Israele, dove hanno intenzione di chiedere asilo. In pieno deserto, a un certo punto del viaggio, i predoni comunicano ai migranti che quella somma non basta più, che servono altri 8.000 dollari per raggiungere i confini israeliani. I profughi sono ridotti a questo punto in schiavitù. Ad alcuni di loro vengono lasciati i cellulari, in modo che possano chiamare i familiari in Europa o in patria, per chiedere di inviare con un’agenzia di money transfer la somma necessaria a riacquistare la libertà ed essere condotti al confine con lo Stato di Israele. Solo in pochi possono pagare, così cominciano le torture, i pestaggi, gli stupri di donne e bambini. Per evitare le violenze, i parenti dei prigionieri continuano a effettuare versamenti: ora 300 dollari, ora 500, ora 1.000. Alcuni degli schiavi vengono assassinati a sangue freddo e i loro corpi destinati al mercato degli organi. Così i trafficanti fanno capire alle loro vittime che fanno sul serio. La detenzione può durare mesi e chi non riesce a saldare il debito, viene portato in un laboratorio clandestino, nel quale gli saranno espiantati i reni. La giovani donne, divise dagli uomini, subiscono stupri quotidiani, anche dieci al giorno. Alla fine ce la fa solo chi paga il riscatto… Solo chi paga i 10 mila dollari viene condotto in Palestina attraverso i tunnel che uniscono le due Rafah e di lì al confine israeliano. Molti profughi, nel periodo di detenzione e torture, scompaiono nel nulla. Attualmente ci sono 250 migranti eritrei, sudanesi, somali ed etiopi detenuti nelle prigioni egiziane nei pressi del confine di Rafah. Che cosa fanno le autorità egiziane davanti a questa emergenza? Dopo la campagna che abbiamo condotto insieme all’Agenzia Habeshia di Don Mussiè Zerai e a una rete di ong per i diritti umani, il governo ha cominciato a interessarsi, sia direttamente sia tramite alcune delle sue ambasciate nell’Unione europea, del problema relativo ai trafficanti di esseri umani nel Sinai. Ma a tutt’oggi però non ci risulta che le forze dell’ordine si siano recate, neanche per un sopralluogo, nelle località che abbiamo indicato loro. E le autorità israeliane hanno qualche ruolo nella gestione dell’emergenza? Israele, con l’intervento dei Medici per i Diritti Umani e con le posizioni dei principali quotidiani (che hanno rivelato particolari raccapriccianti riguardo al traffico di migranti fra le due Rafah), ha offerto un contributo fondamentale al lavoro delle ong in questa campagna per salvare i 250 migranti. E’ necessario però che il governo dello Stato di Israele compia passi significativi nei confronti del governo egiziano, offrendo il supporto dei suoi servizi di sicurezza e le informazioni in suo possesso. Contemporaneamente, anche l’Autorità Palestinese dovrebbe intervenire contro le attività aberranti che Hamas conduce, attività che sono ormai fuori dai limiti di qualsiasi progeto civile.

Sinai, "violenze e marchi a fuoco"

Eritrei in fuga torturati dai predoni Ci sono viaggi che non hanno mai fine. Quello dei profughi che partono dal Corno d'Africa per arrivare in Israele ne è l'esempio. Ma non per tutti è uguale. Eritrei ed etiopi sono quelli più dannati. PHR-Israel, Physicians for Human Rights Israele, in collaborazione con Medu, Medici per i diritti dei rifugiati, ha sottoposto questionari ai rifugiati curati nelle Open Clinic, cliniche mobili di assistenza sanitaria per i rifugiati, a Tel Aviv. Dal report è emerso che queste etnie hanno subito i maltrattamenti più duri. Su un totale di 144 intervistati il 77% dei migranti denuncia di aver subito aggressioni fisiche e il restante 23% è stato anche bruciato o marchiato a fuoco. Questa crudeltà, insieme a scosse elettriche, sfregi e sprangate, è riservata solo ad etiopi ed eritrei: il 94% di loro, inoltre, è stato privato del cibo e il 74% lasciato senz’acqua. Tgcom ha intervistato Alberto Barbieri, coordinatore generale di Medu, che collaborando in prima linea con PHR, ha promosso la divulgazione del rapporto stilato sulla base dei questionari sottoposti ai pazienti curati nella open clinic di Jaffa. Come riuscite a riconoscere chi tra i pazienti ha subito violenze nel Sinai? Innanzitutto vedendo le patologie che presentano i pazienti, i medici si rendono subito conto di quello che può essere successo. A tutti i pazienti curati nella Open Clinic viene sottoposto un questionario che aiuta gli operatori a interpretare le cause dei problemi di salute. Non tutti scelgono di rispondere alle domande. Tra il 12 ottobre e il 7 dicembre 2010 sono stati intervistati 167 pazienti provenienti da Eritrea, Etiopia, Sudan, Costa d' Avorio, Somalia, Nigeria, Ghana, Congo e Sierra Leone, di cui 108 uomini e 59 donne, di età compresa tra i 19 e i 66 anni. I risultati hanno offerto una visione illuminante sulla condizione dei rifugiati provenienti dal Sinai. E' vero che non tutti i sequestrati nel Sinai vengono trattati allo stesso modo nelle carceri? Dai dati del report di PHR-Israel é emerso che gli eritrei e gli etiopi hanno subito i maltrattamenti più duri. Molte delle donne di questa nazionalità non hanno voluto rispondere alle domande sugli abusi sessuali. Delle 13 di loro che hanno risposto, il 38% ha ammesso di essere stata stuprata. Inoltre va ricordato che tra gennaio e novembre 2010 sono state 165 le interruzioni volontarie di gravidanza eseguite dalle open clinic di Jaffa. Facendo l’anamnesi e incrociando i dati dei questionari sottoposti nel periodo relativo è emerso che circa il 50% sono state violentate nel Sinai. In tutto questo periodo sono state 1.303 le donne sottoposte a trattamenti ginecologici per patologie dovute a traumi e infezioni conseguenti a violenze sessuali e quasi tutte le donne provenienti dal Sinai rientrano in questo gruppo. Inoltre sono 367 le persone sottoposte a trattamento ortopedico e 225 a fisioterapia, frutto di maltrattamenti corporali come calci, pugni e sprangate. Non mancano scosse elettriche e sospensione attaccati a catene per le mani e i piedi. Il 77% dei migranti denuncia di aver subito aggressioni fisiche ma solo il 23% è stato bruciato o marchiato a fuoco. Questa crudeltà è riservata solo ad etiopi ed eritrei: il 94% di loro, inoltre, è stato privato del cibo e il 74% lasciato senz’acqua. Il governo israeliano come reagisce alla vostra presenza? Noi sostituiamo il governo nella funzione sanitaria. Per il resto, la politica adottata da Israele considera l’arrivo dei rifugiati dall’Africa una questione di sicurezza nazionale. I rifugiati vengono considerati rifugiati ma senza garanzie, soprattutto non gli viene garantita nessuna assistenza sanitaria. Dovrebbe essere creato un grande campo di accoglienza per questi rifugiati che arrivano dal Sinai, ma non è ancora certo. Avete presentato il rapporto con i dati raccolti nei questionari alle autorità israeliane? Che reazioni ci sono state? Il lavoro di raccolta è stato svolto da PHR. Medu ha tradotto e diffuso i dati in Italia. Sono dati preliminari ma si stanno continuando ad acquisire ulteriori informazioni. I rapporti sulle percosse, le violenze e i morti sono ben noti alle autorità israeliane, ma non abbiamo avuto rispota e nulla è cambiato per i rifugiati. La situazione è annosa, tanto che il rapporto ha definito la pratica del sequestro come "istituzionalizzata". Cinzia Petito

Sinai, eritrei schiavi sotto terra

Don Zerai a Tgcom: "Dobbiamo salvarli" Partono dal Corno d'Africa con un sogno: raggiungere Israele per sfuggire da fame e guerra. Ma per la maggior parte di loro risulta fatale l'attraversamento dell'Egitto. Non è il deserto il loro incubo bensì i predoni del Sinai. Per centinaia di eritrei il viaggio della speranza diventa una tortura, un sequestro di persona. I predoni li catturano, li derubano di soldi e documenti, rendendoli di fatto schiavi. A loro non resta che un telefonino. Da quell'apparecchio passa la loro libertà: i trafficanti consentono loro di chiamare i parenti, gli amici e chiunque possa pagare un riscatto e rivederli vivi e liberi. Qualcuno aveva anche cercato di negare l'esistenza di un traffico simile. Con la testimonianza di un sopravvissuto non è più possibile avanzare dubbi: il quotidiano L'Avvenire racconta la storia di Adam, 22 anni, liberato solo perché suo fratello Michele è riuscito a racimolare i settemila dollari necessari per il riscatto. Settemila dollari, il prezzo per porre fine a un calvario fatto di violenza e pestaggi con spranghe. I sequestrati vengono tenuti rinchiusi in container sotto terra in attesa che quel telefono squilli per dire che "sì, i soldi ci sono". Con settemila dollari c'è anche la libertà. Il primo a scoprire questa tratta e gridarne l'atrocità è stato don Mosè Zerai, sacerdote eritreo. La commissione Esteri della Camera lo ha ascoltato e si è mossa (attraverso la Farnesina) per fare pressione sul Parlamento Europeo. L'unica speranza, dice don Zerai a Tgcom "è che l' Egitto intervenga. Nessun altro può fermare questa violenza". Da chi è partita la denuncia dei rapimenti? "Sono stato io per primo a lanciare l'allarme su questa drammatica situazione. Ho fatto il primo appello il 24 novembre e da quel momento L'Avvenire ci ha seguito giorno per giorno ed è riuscito a raccogliere questa testimonianza" Sarà stato difficile convincere Adam a raccontare il suo dramma. Nonostante sia stato liberato non è ancora al sicuro? "E' stato difficile perché ci sono vari rischi che corrono ancora lui e gli altri rilasciati. Anzi, Adam e suo fratello Michele sono stati coraggiosi a parlarne". Quello di Adam si può considerare un caso già risolto. Così si conferma questa situazione? "Sì, perché qualcuno tendeva a negare il fenomeno e invece con questa intervista si è chiarito che è tutto vero. E ci sono persone, come Adam, che possono testimoniare di essere già passati dall'inferno. Ad oggi quante sono le persone vittime dei predoni? "Sono 250 gli eritrei nelle mani dei trafficanti, ottanta dei quali erano prima in Libia e poi sono stati respinti nel Mar Mediterraneo quando tentavano di venire verso l'Italia. Questi ottanta, dopo essere stati respinti, sono stati portati nelle varie prigioni libiche. Da lì scarcerati grazie alle pressioni dell'Italia e dell'Europa. E poi, non potendo seguire la vecchia rotta, sono andati verso l'Egitto per attraversare il confine con l'Israele. Così si sono imbattuti nei trafficanti. Ma secondo altre fonti ci potrebbero essere più di 1500 persone di nazionalità diversa nelle mani dei predoni" Lei come riesce a mettersi in contatto con le persone sequestrate? "Sono in diretto contatto con loro perché i trafficanti autorizzano le vittime a chiamare i loro parenti per il riscatto. Così riesco ad entrare in contatto, fingendo di essere uno dei loro familiari. Almeno una o due volte al giorno li sento per capire qual è la loro situazione" A livello diplomatico lei come si sta muovendo? "Noi abbiamo avuto un unico colloquio venerdì scorso con l'ambasciata egiziana presso la Santa Sede che ci ha convocato. Li abbiamo informati della situazione comunicando loro sia nelle mani di chi sono sia delle testimonianze che abbiamo raccolto. Abbiamo anche detto loro dove si trovano. Ma ancora il governo egiziano non si muove anche se è l'unico che può intervenire. Eppure ancora non lo fa" Quale deve essere il prossimo passo per sbloccare la situazione? "Soltanto l'Egitto deve intervenire per tirarli fuori. Che si utilizzino azioni militari o diplomatiche oppure che si intervenga attraverso trattative con i capi tribù, non importa. L'azione dell'Egitto è l'unica via per liberarli perchè non c'è altro Stato che possa intervenire" Cinzia Petito

Il Natale degli eritrei

Il Natale degli eritrei prigionieri nel Sina di Umberto De Giovannangeli Vedere la propria madre stuprata dai predoni. Sentire le urla di dolore di quanti vengono picchiati brutalmente con sbarre di ferro. Aver bisogno di latte e dover bere acqua salata. È il Natale che attende il piccolo Karim. Un nome.Una storia.Comune agli oltre 250 sventurati da più di un mese ostaggi dei trafficanti di esseri umani nel deserto del Sinai, a ridosso con Israele. Molti di loro sono cristiani, e ciò che sperano è che quel bimbo nato in una mangiatoia nella non lontana Betlemme possa portar loro il donopiù ambito: la libertà. Karim, Fatima, Ahmed...A chi affolla le sale cinematografiche per l'immancabile cinepanettone natalizio, proponiamo un altro racconto. Vero. Drammaticamente vero. È il «Natale nel deserto» di 250 esseri umani che avevano tentato di raggiungere l'Europa, l'Italia ma sono stati respinti e gettati in pasto a criminali senza scrupoli. La loro realtà è questa: donnestuprate davanti ai loro familiari. E i tanti, i più, che non possono pagare il riscatto - 8mila dollari a testa - possono tentare una fuga disperata, che per otto di loro si è conclusa con la morte. Oppure possono attendere, nel terrore, che la minaccia si trasformi in realtà: l'espianto di reni per chi non può pagare. Tra quei 250, in maggioranza eritrei, ci sono diverse donne. Una di loro Fatima è agli ultimi giorni di gravidanza. Ai familiari con cui ha potuto parlare al telefono per pochi secondi – concessi dai predoni agli ostaggi per invocare il pagamentodel riscatto - Fatimaha detto in lacrime: “Come posso partorire con le catene ai piedi...». A dar conto di una sofferenza indicibile è don Mussie Zerai, sacerdote di Asmara e fondatore di Habeshia, l'Ong che si occupa dell'inserimento di migranti africani in Italia: «Ieri - dice il sacerdote a l'Unità - ho parlato con l'ambasciatrice egiziana presso la Santa Sede. Mi ha ripetuto che per loro non ci sono riscontri, che la ricerca continua...”. Non ci sono riscontri. Per le autorità egiziane, Karim, Fatima, Ahmed...non esistono. Ma Ahmed esiste e la sua odissea dovrebbe scuotere le coscienze dei go-vernanti italiani. Ahmed è uno di quelli che nell' estate del 2009 avevano cercato un passaggio via mare verso l'Italia primadi essere bloccato e ricacciato indietro dalle motovedette libiche gentilmente regalate dall'Italia per permette alla Libia del Colonnello Gheddafi di svolgere al “meglio” la funzione di gendarme del Mediterraneo. Ora Ahmed è prigioniero nel deserto. Quando va bene, lui e i suoi compagni di sventura mangiano una pagnotta e bevono acqua salata. «Intanto - racconta don Zerai - continuano i maltrattamenti, ci sono persone con gli arti rotti che rischiano di rimanere invalide e non si sa più nulla di 4 ragazzi portati via dai predoni con la minaccia di asportare loro un rene per rivenderlo rivenderlo... Torniamo a chiedere che in caso di liberazione scatti una rete di protezione e che le persone rapite non siano arrestate dalla polizia egiziana come è avvenuto nelle settimane scorse perunaltro gruppo di 63 etiopi, oppure deportate nel loro Paese d'origine. Che qualcuno se ne faccia carico e che i profughi, una volta accertata la loro situazione, possano essere smistati in diversi Paesi europei... ». Tra i quali l'Italia. La storia di Ahmed ci riporta ai respingimenti di quel luglio 2009. Respinti dall'Italia. «L'Italia non ha mai dato a questi individui la possibilità di chiedere asilo, e adesso essi corrono il grave rischio di ritrovarsi scaricati nel deserto o deportati in Eritrea”, aveva denunciato Bill Frelick, direttore del Refugee Program a HumanRights Watch. «L'Italia - aveva aggiunto - è responsabile per le persone che ha respinto in Libia, un Paese senza legge sull'asilo che li ha brutalizzati. È l'Italia che li ha esposti a questo pericolo, ed è l'Italia che da tale condizione dovrebbe toglierli”. Dovrebbe, ma non lo fa. E il non farlo contribuisce a questo Natale di sofferenza: il Natale di persone trattate come bestie, incatenate in container interrati, sprangate quotidianamente. «Al di là delle parole - denuncia don Zerai - tutti quelli che possono e dovrebbero fare qualcosa sembrano essersene lavate le mani». Ma quelle mani rischiano di grondare sangue. Sangue di innocenti. Nessuna fonte ufficiale egiziana ha confermato le notizie riguardanti i nascondigli del Sinai in cui vengono tenuti gli ostaggi anche se l'associazione umanitaria Everyone sostiene di aver comunicato da giorni «tutte le informazioni per raggiungere i profughi, imprigionati nella periferia egiziana della città di Rafah, nei pressi di un edificio governativo, circondati da un frutteto, accanto a una grande moschea e a una chiesa trasformata in scuola». Gli esponenti di Everyone accusano il governo egiziano di «mentire» in proposito e «per scongiurare l'assassinio di altri innocenti», affermano, «ci rivolgiamo a Navi Pillay, Alto Commissario Onu per i Diritti Umani» Karim, Fatima, Ahmed...E Hassan: l’ultima sua telefonata alla madre ad Asmara è quella di un ragazzo ormai allo stremo: «Faceva fatica a parlare - racconta la madre - non ce la faccio più, ripeteva piangendo, fate qualcosa, qui ci massacrano di botte, a chi chiede acqua rispondono: bevi la tua urina...». L’inferno nel deserto Quale sia il destino di quanti provano la fuga lo ricorda un rapporto del gruppo Physicians for Human Rights-Israel (Phr), che ricorda la vicenda dei 250 eritrei prigionieri in Sinai. Il rapporto dell'associazione dei medici israeliani si basa su questionari distribuiti fra i pazienti dell'ospedale del Phr-Israel a Tel Aviv. I profughi, etiopi ed eritrei, raccontano che i trafficanti beduini prendono in consegna gruppi di 2-300 persone per condurli in Israele, ma poi li rinchiudono in container e gabbie metalliche dove vengono picchiati, privati di cibo e acqua, sottoposti a torture con ustioni e scariche elettriche, appesi per i piedi o le mani. Le donne vengono separate dagli uomini e stuprate. Dei 165 aborti richiesti all'ospedale fra gennaio e novembre 2010, la metà erano per gravidanze frutto di stupri. Mentre i profughi sono prigionieri, i trafficanti telefonano ai parenti chiedendo ingenti somme di riscatto. Una volta liberati e giunti al confine con Israele, i profughi rischiano di venire feriti o uccisi dagli spari delle guardie egiziane al confine. Molti profughi che entrano in Israele -136 nel 2010secondo i dati del ministero della Difesa, probabilmente di più secondo Phr - vengono immediatamente espulsi verso l'Egitto, dove rischiano di essere rimandati nei paesi d'origine. Altri - attualmente sono 2 milavengono rinchiusi in centri di detenzione in Israele, anche per periodi di anni, in attesa di ottenere asilo. Vite stuprate. Non è una metafora. È la realtà. Stuprate nel deserto, come lo sono state nei lager libici dove continuano ad essere segregati eritrei, somali, etiopi, nigeriani... «Non abbiamo acqua potabile - dice Fatima - dobbiamo bere l’acqua del mare e molti di noi già hanno problemi intestinali. Ci danno da mangiare una pagnotta e una scatola di sardine ogni tre giorni, siamo costretti a vivere incatenati come bestie». Le ultime parole sono una supplica: «Chi può ci aiuti. Fate qualcosa. E presto... ». È il messaggio di Natale che giunge dal Sinai.

mercoledì 22 dicembre 2010

Lettera dai Profughi Eritrei in Libia

Dear Sir, For long time it has to be recalled that you both mr. stefano and Abba Mussie have been working to help Eritrean refugees and asylum seekers. Especially in Libya your involvement was quite remarkabl and sincer. Today I would like to raise a particular issue the Sebha case. It was still in our memories that in July 2010 more thn 245 Eritrean asylum seekers had been tortured and exposed to harsh prison condition in Albirak in the southern sahara of the country. At that time Italy and Libay signed a dirty deal to end the severe acusation they faced from the international community. We were released on the promise that Libya would provide us the necessary protection, very ridiculous, a country that openly denies that there are no refugees and asylum seekers in its soil and went further to close the UNHCR office saying it is illegal. None of the promises made by Libya to Eritrean asylum seekers detained in Albirak were carried out. Libya do not have a system to deal with refugee and asylum seekers. in the absence of such procedure how one could expect to find a sustainable solution to genuine asylum seekers. Some of the sebah detainees were forced to leave the country and went to Israel and are now taken as hostage by human traffickers in siena Egypt.; exposed to severe condition that will led to permanent physical and psychological trauma. Hence, on the basis of the above premises, I on behalf of the Eritrean asylum seekers detained in Albirak, would like to bring the case of the Eritrean refugees and asylum seekers to the floor and you as usuall, due to the advantage of resources and rapport you have, to try to bring the case to the attention of the Italy and EU countries for sustinable solution to our suffering. These are photos taken on albirak detention center when Eritrean refugees and sylum seekers were subjected to torture and forced deportation.

venerdì 17 dicembre 2010

Eritrean refugees hostage in the desert of Sinai: Press Release

December 17, 2010 This afternoon, on the initiative Egyptian Embassy to the Holy See, held a meeting which took place in a cordial atmosphere, on the issue of 250 Eritrean refugees caught up in the desert of Sinai. This meeting was attended by Don Mussie Zerai, Chairman of Habeshia, Hon. Savino Pezzotta President of the Italian Council for Refugees (CIR). The delegation was received by S.E. Mrs. MEKHEMAR ALY HAMADA, AMBASSADOR OFTHE ARAB REPUBLIC OF EGYPT TO THE HOLY SEE. The Ambassador stressed that so far have not found these people, who will continue the research, collected the information that was available to the delegation received, Don Mussie Zerai, has sent all the information in its possession verbally, via e Email the Egyptian Embassy to the Holy See. Mrs. Ambassador, will reportedly assured that the Egyptian authorities to help in the search for the hostages in the desert of Sinai. Recognizing that this is a humanitarian emergency, said that his government will do everything possible to find and free. The delegation pointed out that once freed these people are not deported to the country of origin, but they are entrusted to UNHCR. In addition the Ambassador said these people who will take office once released? Europe is willing to accept these people? Profughi Eritrei ostaggi nel deserto del Sinai: Comunicato Stampa 17 dicembre 2010 Questo pomeriggio, su iniziative dell'Ambasciata Egiziana presso la Santa Sede, avuto luogo un incontro che si e svolto in un clima cordiale, sulla questione dei 250 profughi eritrei rapiti nel deserto del Sinai. A questo incontro hanno preso parte Don Mussie Zerai, Presidente dell'Agenzia Habeshia, l'On. Savino Pezzotta Presidente del Consiglio Italiano Per Rifugiati (CIR). La delegazione stata ricevuta da S.E. La Signora ALY HAMADA MEKHEMAR, AMBASCIATORE DELLA REPUBBLICA ARABA D'EGITTO PRESSO LA SANTA SEDE. L'Ambasciatrice ha ribadito che fino a questo momento non hanno trovato queste persone, che le ricerche continueranno, ha raccolto le informazioni che erano in possesso della delegazione ricevuta, Don Mussie Zerai, ha comunicato tutte le informazione in suo possesso verbalmente, anche via e-mail all'Ambasciata Egiziana presso la Santa Sede. La Signora Ambasciatrice, assicurato che sarà riferito alle autorità egiziane, per contribuire alla ricerca dei ostaggi nel deserto del Sinai. Riconoscendo che si tratta di una Emergenza Umanitaria, ha detto che il suo governo farà tutto il possibile per trovarli e liberarli. La delegazione ha fatto presente che una volta liberate queste persone non vengano deportate verso il paese di origine, ma che vengano affidate all'UNHCR. In oltre l'Ambasciatrice ha sottolineato chi si prenderà incarico queste persone una volta liberate? L'Europa e disponibile ad accogliere queste persone? Ufficio Stampa Agenzia Habeshia agenzia_habeshia@yahoo.it http://habeshia.blogspot.com/ Cell. 338.4424202

giovedì 16 dicembre 2010

Eritrean and Ethiopian migrant held captives by Sinai gangs for a ransom

January 21 Posted by: Ato.Belay | 21-01-2010, 13:29 | African migrants making their way along the arduous smuggling route to Israel have been kidnapped by a criminal gang operating in the Sinai Peninsula, held in prison camps, tortured, and released only after ransom money was obtained from family members in Israel, police said on Thursday following the lifting of a media ban. At times, the cries of pain from tortured captives were transmitted down a phone line to their horrified family members in Israel, according to police. Two Eritrean citizens were indicted at a Jerusalem District Court on Thursday for acting as ransom collectors on behalf of the gang in Sinai, which was made up of Beduin tribesmen and Eritrean nationals. The suspects, Nabsi Habati, 34, and Fatawi Aziabhir, 41, residents of Jerusalem, were arrested last week by police along with additional suspected accomplices, and have been charged with collecting ransom from family members of the mostly Eritrean and Ethiopian migrant captives. No suspects have been arrested in Egypt, and the Egyptian police have not cooperated with the Israeli police investigation, The Jerusalem Post has learned. The police's National Economic Crimes Unit, a part of the Sa'ar division of the Lahav 433 Unit, assembled a special team to lead the investigation. Police became aware of the existence of the gang last year when an Eritrean national filed a complaint at a Lachish police station, telling police that his cousin had phoned him to say he was being held prisoner at a camp in the Sinai, and that his captors would only release him in exchange for a hefty sum of money. "We learned that the man's cousin was being held by an Egyptian resident, and that an Eritrean by the name of Nabsi Habati is the ransom collection man in Israel," police said in a statement. "We also learned that the money was transferred to criminal elements in Egypt via an Ethiopian national residing in Israel called Fitawi Mahari. We tracked down Habati in Jerusalem, but we chose not to arrest him at this stage to allow the investigation to proceed," police added. Across the border in Egypt, members of the Rashida Beduin tribe were holding the migrants hostage in prison camps, where the captives were held in inhumane conditions and tortured with electric shocks and beatings, police said. The victims were transported from one holding camp to another in fuel containers, and were refused water and food while being moved. The indictment sheet drew a grim picture of the prison camps, saying armed guards stood watch over the migrants who had their hands and feet bound, as they were subjected to electric shocks and beatings with metal bars. The captives' skin was scarred with burning metal, the indictment sheet added. Meanwhile, gang members in Israel were busy locating the family members of captives. The indictment sheet details the treacherous journey of one Eritrean woman, Wizar Tasapai, who left her homeland last year for Israel, and was kidnapped in Sudan. When her kidnappers realized Tapasai's relatives in Eritrea were unable to pay a ransom, she was sold to other captors. Tapasai was transported to Sinai while hidden in a fuel tank, with her hands tied behind her back and deprived of food and water. She arrived at a Sinai prison camp in December 2009, and was told by her captors that her kidneys would be sold if they did not receive USD 2,800. Tasapai's cousin, Okabai Hagus Mesho, was located by Habati in Tel Aviv. "The girl is in a bad condition. She is beaten and raped," Habati is alleged to have told Mesho, before demanding a ransom. Habati and Mesho allegedly met at the Central Tel Aviv bus station in November last year, and USD 2,150 was allegedly collected by Habati in ransom. Habati kept USD 150 as commission, the charge sheet said, and transferred the remainder to his accomplices in Egypt. After the money was received, the gang members in Israel would call the captive holders in Egypt to instruct them to release the migrants and help them enter Israel. Wizar Tasapai illegally crossed into Israel on December 16. A second police complaint detailing kidnapping and ransom demands was filed by an Ethiopian migrant last month. Police have also learned of another ransom payment middleman, an Eritrean national known as Muhammad Ibrahim. Ibrahim was lured into a police trap with a promise of ransom, and arrested in Tel Aviv. Police seized USD 50,000 from his home. Police then moved to arrest Nagasi and Mahari, and seized USD 100,000 in a raid on their apartment. Eritrean and Ethiopian migrant held captives by Sinai gangs for a ransom

mercoledì 15 dicembre 2010

Refugees crossing Sinai subject to torture, rights group says

Tel Aviv - African refugees and asylum seekers crossing the Sinai desert on their way to Israel face torture, abuse and sometimes even rape at the hands of their Bedouin smugglers, Physicians for Human Rights-Israel (PHR-Israel) said Wednesday. They also face the threat of being shot at the Sinai-Israel border by Egyptian border guards. And, if they make it to Israel, they may end up being detained, often for weeks, months, or sometimes even years. Otherwise, they are subject to a 'hot return policy,' whereby they are returned to Egypt within one hour to five days after crossing. According to a questionnaire PHR-Israel distributed to patients requesting treatment at its clinic in Tel Aviv, the refugees and asylum seekers reported physical assault from the Bedouin smuggling them to Israel, including punching, slapping, kicking and whipping. Significant numbers also said they were deprived of food and/or water. In addition, refugees and asylum seekers from Ethiopia and Eritrea also reported severe torture, including being burned or branded, receiving electric shocks, and being hung by the hand and the feet. Moreover, said PHR-Israel, many women have told doctors at the organization's clinic that they were raped in the Sinai. 'Of a total of 165 abortions facilitated by the clinic between January - November 2010, PHR-Israel suspects that half were requested by women who were sexually assaulted in the Sinai,' PHR-Israel said. The organization quoted accounts from the asylum seekers and refugees detailing how groups of approximately 200 to 300 Eritreans are brought to Sinai, where they are held in metal containers or compounds, where they undergo torture by burning or beating as the smugglers call their relatives to demand immediate funding for guaranteed transit to the Israeli border. Because of the large amount of money demanded, it can often take weeks or months for the refugees to be taken to the border. 'It is during this time that women are separated from the group, detained in secluded rooms, and subjected to repeated sexual abuse and rape at the hands of their captors,' PHR-Israel said. At the Sinai border, Egyptian guards often employ a 'shoot to kill' policy. Refugee groups complain that, in the last year, the border guards have become more ruthless, injuring and killing more refugees than in the past. And if they make it over the border, the refugees are sometimes returned almost immediately when the Israeli army employs a 'hot return' policy. Some 136 refugees were 'hot returned' to the Sinai in 2010, according to Israel Ministry of Defence figures quoted by PHR- Israel. 'Based on patient testimony, we have reason to believe that the actual figure is much higher,' PHR-Israel said. Refugees returned to Egypt face deportation to their countries of origin. Those caught by the Egyptian police at the border or in the desert face physical abuse, sexual violence and imprisonment. Those who cross into Israel and are not 'hot returned' are detained at one of two Israeli detention facilities. Approximately 2,000 refugees and asylum seekers, including women, small children and accompanied minors, are currently in Israeli prison facilities, PHR-Israel said. The organization called on the international community to press the Egyptian government to find and release the refugees and asylum seekers currently held in the Sinai, and called on Israel to take responsibility for those who are currently within in its borders, including granting them 'social residency' status which would allow them to access special services such as health care and rehabilitation.

Refugees crossing Sinai subject to torture, rights group says

Tel Aviv - African refugees and asylum seekers crossing the Sinai desert on their way to Israel face torture, abuse and sometimes even rape at the hands of their Bedouin smugglers, Physicians for Human Rights-Israel (PHR-Israel) said Wednesday. They also face the threat of being shot at the Sinai-Israel border by Egyptian border guards. And, if they make it to Israel, they may end up being detained, often for weeks, months, or sometimes even years. Otherwise, they are subject to a 'hot return policy,' whereby they are returned to Egypt within one hour to five days after crossing. According to a questionnaire PHR-Israel distributed to patients requesting treatment at its clinic in Tel Aviv, the refugees and asylum seekers reported physical assault from the Bedouin smuggling them to Israel, including punching, slapping, kicking and whipping. Significant numbers also said they were deprived of food and/or water. In addition, refugees and asylum seekers from Ethiopia and Eritrea also reported severe torture, including being burned or branded, receiving electric shocks, and being hung by the hand and the feet. Moreover, said PHR-Israel, many women have told doctors at the organization's clinic that they were raped in the Sinai. 'Of a total of 165 abortions facilitated by the clinic between January - November 2010, PHR-Israel suspects that half were requested by women who were sexually assaulted in the Sinai,' PHR-Israel said. The organization quoted accounts from the asylum seekers and refugees detailing how groups of approximately 200 to 300 Eritreans are brought to Sinai, where they are held in metal containers or compounds, where they undergo torture by burning or beating as the smugglers call their relatives to demand immediate funding for guaranteed transit to the Israeli border. Because of the large amount of money demanded, it can often take weeks or months for the refugees to be taken to the border. 'It is during this time that women are separated from the group, detained in secluded rooms, and subjected to repeated sexual abuse and rape at the hands of their captors,' PHR-Israel said. At the Sinai border, Egyptian guards often employ a 'shoot to kill' policy. Refugee groups complain that, in the last year, the border guards have become more ruthless, injuring and killing more refugees than in the past. And if they make it over the border, the refugees are sometimes returned almost immediately when the Israeli army employs a 'hot return' policy. Some 136 refugees were 'hot returned' to the Sinai in 2010, according to Israel Ministry of Defence figures quoted by PHR- Israel. 'Based on patient testimony, we have reason to believe that the actual figure is much higher,' PHR-Israel said. Refugees returned to Egypt face deportation to their countries of origin. Those caught by the Egyptian police at the border or in the desert face physical abuse, sexual violence and imprisonment. Those who cross into Israel and are not 'hot returned' are detained at one of two Israeli detention facilities. Approximately 2,000 refugees and asylum seekers, including women, small children and accompanied minors, are currently in Israeli prison facilities, PHR-Israel said. The organization called on the international community to press the Egyptian government to find and release the refugees and asylum seekers currently held in the Sinai, and called on Israel to take responsibility for those who are currently within in its borders, including granting them 'social residency' status which would allow them to access special services such as health care and rehabilitation.

PROFUGHI ERITREI: PER L'EGITTO SONO "INVENZIONI"

Esteri "Le notizie circolate sulla detenzione di 250 cittadini eritrei nella penisola egiziana del Sinai da parte di un gruppo criminale sarebbero sono false e solo una "campagna mediatica per istigare l'opinione pubblica". Lo dice il ministro degli esteri egiziano in merito alla vicenda che da settimane vede protagonisti un centinaio di cittadini eritrei finiti nelle mani di alcuni trafficanti di uomini che li tengono prigionieri nel deserto egiziano. Ai microfoni di CNRmedia risponde Don Mussiè Zeraì dell'agenzia Habeshia, che ha reso pubblica la vicenda: "O ci hanno mentito quelli che ci hanno detto di aver riferito alle autorità egiziane le informazioni che noi stessi abbiamo passato sia alla Farnesina che alla Unhcr o mente il governo egiziano, perché altrimenti non si capisce che interesse abbia l'Egitto a negare quando noi siamo continuamente in contatto con queste persone. Li abbiamo chiamati in diretta televisiva e radio, abbiamo fornito il nome del capobanda che li tiene in catene, Abbiamo fornito il luogo dove sono tenuti, c'è scritto quasi 'siamo qui veniteci a salvare'. Non vogliamo nulla se non la loro liberazione e non cerchiamo nulla se non questo".

Video Rai.TV - TG1 - Il Papa: Appello per gli ostaggi eritrei in Sinai

Il Papa: Appello per gli ostaggi eritrei in Sinai Durata: Andato in onda il: 05/12/2010 Le violenze contro cristiani e musulmani in Iraq, gli scontri in Egitto, il dramma degli ostaggi eritrei, nelle parole del Papa all'Angelus.

Il Ricatto di Stato dalla Libia! Ricatto dei trafficanti nel Sinai!

"Libia avverte Ue che taglierà progetti anti-migrazione TRIPOLI (Reuters) - La Libia diminuirà progressivamente i suoi sforzi per arginare il flusso di migranti irregolari dall'Africa all'Europa a meno che l'Unione Europea non paghi cinque miliardi di euro l'anno. Lo ha detto oggi un ministro del paese africano. La Libia -- che ogni anni intercetta migliaia di africani mentre attraversano il suo territorio per dirigersi in Europa -- dice che non è giusto che debba farsi carico di difendere i confini dell'Unione europea. Il leader libico Muammar Gheddafi, che si è recato in Italia lo scorso agosto, ha chiesto che l'Ue ottemperi ogni anno al pagamento di cinque miliardi di euro per coprire i costi. "Se non ci sono soldi non ci sarà sicurezza e non ci saranno guardie (ai confini)", ha detto Abdalfatah Yunes Elabedi, ministro della pubblica sicurezza della Libia. "O loro (l'Unione Europea) fanno quello che devono fare, e nel caso noi saremmo loro grati, oppure si prenderanno la responsabilità delle loro decisioni", ha proseguito il ministro, aggiungendo che la Libia ha già sospeso alcuni progetti mirati a frenare la migrazione clandestina. VIAGGIO PERICOLOSO Ogni anno migliaia di migranti entrano in Libia e attraversano il deserto per raggiungere le coste del Mar Mediterraneo, da dove tentano di trovare un imbarco per raggiungere l'Europa, spesso attraverso un viaggio molto pericoloso. Normalmente navigano diretti verso l'Italia o Malta. Negli ultimi anni, la Libia ha incrementato gli sforzi per intercettare i migranti sul proprio territorio e nelle acque di sua competenza. I gruppi internazionali per la tutela dei diritti umani accusano Tripoli di maltrattare i migranti che trattiene sul proprio territorio, un'accusa che la Libia ha respinto. "Abbiamo circa 4.000 agenti di polizia (impegnati) lungo i confini libici per terra e per mare e hanno .... mezzi, equipaggiamenti, forniture, spese e stipendi. Tutte queste cose pesano sulla Libia", ha detto Elabedi. "L'Ue, con l'eccezione dell'Italia, non ha finora offerto alcunché di concreto. Stiamo chiedendo una precisa quantità di denaro come (compensazione per i) costi", ha aggiunto il ministro. Non ci sono dati attendibili sul numero dei migranti che attraversano la Libia per raggiungere l'Europa. L'Organizzazione internazionale per la migrazione sostiene che i migranti rappresentano circa il 10% dei sei milioni di abitanti della Libia, ma che soltanto una minoranza viaggia verso l'Europa. Molti di loro si trattengono e lavorano in Libia. La Commissione europea, lo scorso ottobre, ha annunciato che investirà 50 milioni di euro per aiutare la Libia a combattere i flussi di migranti clandestini a e tutelare i diritti dei migranti. -- Sul sito www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia"

CORDOGLIO PER LA PERDITA DI VITE UMANE A LARGO DI CHRISTMAS ISLAND

UNHCR COMUNICATO STAMPA 15 dicembre 2010 Ginevra - L’UNHCR esprime profondo shock e dolore per la tragica perdita di vite umane in seguito al naufragio di un’imbarcazione al largo di Christmas Island, Australia, che si presume avesse a bordo richiedenti asilo. L’UNHCR ha appreso che le azioni di soccorso sono state avviate rapidamente permettendo di salvare la vita di 41 passeggeri, ma decine di altri sono annegati mentre la barca cercava di attraccare e veniva scaraventata dal mare in burrasca contro gli scogli. Troppe persone perdono la vita nel tentativo disperato di fuggire da conflitti, persecuzioni e povertà. L’UNHCR riconosce che il flusso di decine di migliaia di migranti e richiedenti asilo mette a dura prova i paesi che si affacciano sul mare, in Oceania come in Asia, nel Mediterraneo come nei Carabi e nel Golfo di Aden. A molte delle persone che arrivano via mare viene riconosciuto lo status di rifugiato. Per ulteriori informazioni: Ufficio stampa -- 06 80212318 -- 06 80212315 Portavoce: Laura Boldrini -- 06 80212315 -- 335 5403194 www.unhcr.it

Eritrea e Italia: una storia comune

Benedetta Rinaldi in studio con amici eritrei, tra cui i colleghi della redazione amarico-tigrino della Radio Vaticana, Ammanuel Abba Meconnen e Gebre Eyesus Teclezghi, ci portano a scoprire la geografia e la storia dell’Eritrea, la musica e le tradizioni, la multiculturalità etnica e linguistica. Chiamata anticamente colonia di Assab, poi colonia di Eritrea, questa Nazione è popolarmente ribattezzata “la terra rossa”, perché bagnata per un lungo tratto dal Mar Rosso, ed è celebre per la ospitalità e passionalità del suo popolo. Come è stato introdotto il, quando è stata fondata la capitale Asmara e le città di Assab e Massaua. E poi ancora trovano spazio, nel corso della puntata, passaggi storici come l’introduzione del cattolicesimo nell’altopiano del Corno d’Africa, la fondazione delle città di Assab e Massaua. Infine, i tanti episodi che legano la storia dell’Eritrea all’Italia, a partire dall’arrivo degli italiani nella seconda metà del 1800, la presenza della Compagnia genovese Rubattino nella Baia di Assab e nel Canale di Suez e la trasformazione dell’antico villaggio di Asmara in città capitale, ad opera del Generale Antonio Baldissera, nel 1889. Ascolta la puntata: RealAudioMP3

Dossier Eritrea, ondate di arresti sugli evangelici

VERONA - Situazione complessa in Eritrea perché i dati che Porte Aperte, l'organizzazione evangelica a sostegno dei cristiani perseguitati, raccoglie sono in continuo cambiamento e le stime di certo non vengono dalle autorità eritree, chiuse e assai poco propense alla collaborazione. Le testimonianze di rilasci e di arresti arrivano a ondate. «Sono rilasci e arresti che - afferma PA - da un punto di vista strategico, hanno lo scopo di fiaccare, spezzare e ridurre in briciole la Chiesa in Eritrea. I malati gravi (credenti che magari hanno contratto malattie nelle terribili carceri del paese) vengono rilasciati e costretti agli arresti domiciliari; coloro che non hanno una posizione di leadership nella chiesa e firmano un particolare "accordo" con lo stato, a volte vengono rilasciati; i cristiani evangelici scoperti mentre stanno facendo il servizio militare nazionale sono incarcerati, subiscono specifiche "punizioni" e poi, a volte, vengono reinseriti nel servizio militare, dove a seconda del comandante che si ritrovano, possono subire angherie di ogni tipo o essere lasciati in pace; di altri semplicemente, specie i leader ma non solo loro, se ne perdono le tracce in carcere, ecco quindi che delineare un quadro con cifre precise del numero di credenti incarcerati è assai complicato». Nelle ultime settimane PA ha avuto notizie di ondate di arresti che hanno spezzato comunità intere. «Il 28 novembre scorso - informa PA - 15 cristiani evangelici sono stati arrestati dalle autorità eritree nella cittadina di Hagaz, mentre stavano partecipando ad una riunione. Si tratta di 15 uomini dai 18 ai 30 anni che stanno svolgendo il servizio militare in quella zona». «Il 19 novembre scorso Ferewini Gebru Tekleberhne, una donna di 35 anni circa, è stata uccisa nel centro di detenzione di Sawa, dove era rimasta incarcerata in un container metallico negli ultimi 2 anni. Probabilmente in preda all'esaurimento più totale ha tentato un'improbabile fuga ed è stata freddata a colpi di arma da fuoco dalle guardie. Durante il suo servizio militare obbligatorio era stata arrestata a causa del fatto che frequentava un gruppo evangelico al di fuori delle quattro confessioni permesse: Chiesa ortodossa, Chiesa cattolica, Chiesa luterana e Islam. In questo campo di Sawa, vicino al confine con il Sudan, esistono aree dedicate alle punizioni per chi tenta di disertare (sono in molti e sempre di più quelli che tentano di scappare dal paese) e per coloro che, come Ferewini, frequentano chiese evangeliche cosiddette "non registrate". Ovviamente non è praticamente possibile registrarle, quindi o si frequentano le quattro religioni succitate o si frequentano le tante chiese clandestine evangeliche». Porte Aperte ha anche testimonianze di arresti nella città portuale di Assab: «Il 14 novembre scorso, 37 cristiani sono stati arrestati nella città portuale di Assab, tra cui sette donne e una incinta di sette mesi. Sono stati prelevati dai loro posti di lavoro, in un'ondata di arresti mirata a scardinare le comunità cristiane della zona: i loro nomi, infatti, erano indicati in una lista che la polizia aveva con sé durante le retate, ciò denota una strategia ben precisa, tesa a minare la fede cristiana nella zona». In chiusura del suo dossier Eritrea, Porte Aperte dice della richiesta da parte dei cristiani evangelici eritrei di pregare per loro e informa che al suo prossimo convegno annuale, dal 15 al 17 aprile a Torre Pedrera (Rimini), «sarà presente come ospite speciale Helen Berhane, una donna eritrea incarcerata per molto tempo nei terribili container metallici a causa della sua fede in Dio». [gp] Fonte: Porte Aperte

martedì 14 dicembre 2010

Il dramma dei profughi eritrei nel Sinai. Don Zerai: nessuno si muove per salvarli

Gli appelli sono stati lanciati da tutti: dalle organizzazioni umanitarie, ma anche dalle voci più alte, come quella di Benedetto XVI. Eppure, degli eritrei e di tutti gli altri profughi nelle mani dei trafficanti di esseri umani, da giorni ridotti in schiavitù nel Sinai, non se ne parla, nessuno interviene. Giovedì prossimo, l’Europarlamento si mobiliterà con un voto su una risoluzione urgente, nel frattempo però si rischiano altre vite, perché di morti ce ne sono già stati: gli ultimi due uccisi sabato scorso, giovani diaconi della chiesa ortodossa. Don Mussai Zerai, direttore dell’agenzia Habeshia, denuncia, l’immobilismo internazionale, ma soprattutto quello del governo egiziano. Ascoltiamolo, intervistato da Fabio Colagrande:http://212.77.9.15/audio/ra/00239621.RM R. - Sabato scorso, sono stati uccisi altri due giovanissimi ragazzi, ma non solo: sono stati poi massacrati di botte e dicevano anche che nella serata di sabato i trafficanti hanno portato via tutte le donne per abusarne e far loro subire ogni tipo di violenza. In questo senso, quindi, il cambiamento è in peggio. D. - Leggiamo che una parte di questi profughi nelle mani dei predoni si trovano, in questo momento, a Rafah. Dico bene? R. - Sì. Rafah è una città con circa 70 mila abitanti. C’è la presenza del governo nel territorio e mi dicono addirittura che c’è anche un carcere proprio vicino al luogo dove sono tenute queste persone. C’è quasi scritto: “Siamo qui” e non si capisce perché qualcuno non vada a soccorrerli, a liberarli. D. - Una parte, invece, è stata liberata dai predoni… R. - Un altro gruppo di 63 persone è stato liberato vicino a Suez City ed in seguito siamo venuti a sapere che, mentre queste persone continuavano il loro percorso per attraversare il confine con Israele, sono state prese dalla polizia egiziana e, con l’accusa di emigrazione clandestina, sono state incarcerate. Noi ricordiamo che l’Egitto è firmatario della Convenzione di Ginevra e quindi queste persone, in quanto profughi, devono aver il diritto di accedere al sistema di asilo. Potevano essere affidate all’ufficio dell’Unhcr, ma questo non è avvenuto. D. - Il parlamento europeo voterà una risoluzione urgente sulla questione, giovedì prossimo… R. - Meglio tardi che mai, perché fino ad ora nessuna voce si era levata da parte del parlamento europeo. Questo silenzio pesava. Ora speriamo che ci sia almeno una posizione chiara, anche da parte del parlamento europeo, che spinga l’Egitto ad intervenire. D. - Intanto, però, a Tripoli si è aperto il Vertice dei ministri degli Interni dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo, denominato “Dialogo 5+5”. Ma il vertice non ha intenzione di interessarsi alla vicenda, a quanto pare… R. - E’ proprio questo che ci lascia ancora molto preoccupati, per il semplice fatto che l’Europa sta delegando ai Paesi del Mediterraneo, quasi che essi siano i gendarmi dell’Europa, perché non passino. Quello che però succede in questi Paesi, in che condizioni vengano tenuti i profughi, a nessuno interessa e questo è veramente preoccupante. Si rischia che l’Europa diventi anche complice di una serie di violazioni che avvengono in questi territori (vv)

RIFUGIATI: IN ITALIA SONO 55 MILA, DATO TRA I PIU' BASSI IN EUROPA

(ASCA) - Roma, 14 dic - L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati compie oggi 60 anni. Nel mondo sono 43 milioni le persone costrette a movimenti forzati e per la maggior parte di esse (36.460.000) l'Unhcr ha dovere di assistenza. Si tratta di 15,2 milioni di rifugiati, 27,1 milioni di sfollati interni e 983 mila richiedenti asilo. In questo quadro l'Italia non gioca un ruolo fondamentale. Infatti, per numero di rifugiati che ospita si posiziona tra i ''meno virtuosi'' in Europa, insieme alla Grecia. In particolare, attualmente i rifugiati in Italia sono 55 mila e nel 2009 nel paese sono state presentate circa 17 mila domande d'asilo (17.603, un dato quasi dimezzato rispetto al 2008 quando erano 30.492), cifre molto basse rispetto ad altri paesi dell'Unione Europea, in termini sia assoluti che relativi. A titolo di comparazione, la Germania accoglie quasi 600 mila rifugiati ed il Regno Unito circa 270 mila, mentre la Francia e i Paesi Bassi ne ospitano rispettivamente 200 mila e 80 mila. In Danimarca, Paesi Bassi e Svezia i rifugiati sono tra i 4 e i 9 ogni 1.000 abitanti, in Germania oltre 7, nel Regno Unito quasi 5, mentre in Italia appena 1 ogni 1.000 abitanti. Secondo gli ultimi dati del ministero dell'Interno nostrano, nel 2009 le istanze per lo status di rifugiato sono arrivate dall'Eritrea (411); Somalia (252) e Afghanistan (214). Per protezione sussidiaria: Somalia (2.193); Eritrea (914) e Afghanistan (501). Per protezione umanitaria: Nigeria (523); Turchia (140) e Ghana (127).

lunedì 13 dicembre 2010

ISRAEL: TORTURE AND STURP IN THE DESERT OF SINAI, THE HARD WAY OF MIGRANT

Google Traduttore (IRIS) - ROMA, 13 DIC - Refugees and asylum seekers fleeing from conflict, genocide, famine and torture face a trip extremely difficult without health care. Thousands of people fleeing from Eritrea, Ethiopia, Sudan and other African countries search of safety and security, through Egypt, in a hostile and insecure environment. Once in Israel, are immediately detained, often for several days or weeks, and sometimes for months. After the detention, many of these people arrive at the Open Clinic, Physicians for Human Rights-Israel (PHR - Israel) in Tel Aviv-Jaffa for assistance for diseases and trauma suffered during the trip. The Open Clinic is a center doctor opened maintained by volunteer doctors who provide care Israelis medical people out of the oven of any medical coverage and is committed Advocacy in action at the Israeli government to ensure better protection to refugees, asylum seekers and other groups migrants. In recent months, the clinic staff has found a increasing number of requests for voluntary interruption of by pregnant women from the Sinai. In conversation with doctors, many women confessed to having been raped before entering Israel. Out of a total of 165 voluntary terminations pregnancy followed by clinic between January to November 2010, Doctors Human Rights-Israel estimates that half has been requested by women raped in the Sinai. During the same period, 1,303 women are underwent gynecological treatment, most of which necessitated because the violence suffered in the Sinai. The difficulties addressed in the Sinai have also caused an increase in the number of assisted patients at the rehabilitation services of the Open Clinic. In the first 11 months of 2010, 367 people were subjected to orthopedic treatment and physiotherapy to 225. To collect More detailed information on Cresent number of cases of torture, kidnapping, rape, physical and sexual abuse, PHR-Israel has decided to systematically collect the testimonies of patients who arrive in Israel through the Sinai desert. To date, PHR-Israel interviewed a total of 167 people from Eritrea and Ethiopia, Sudan, Cote d'Ivoire Leone, Somalia, Nigeria, Ghana, Congo and Sierra, including 108 men and 59 women. The first results show that the Ethiopian and Eritrean refugees are under the most violence and then for the purposes of this document, their responses are were analyzed separately. Of the 13 women who agreed to answer questions about sexual violence (22% of total), 38% answered affirmatively. Except for the part relating to sexual violence, participation in interviews was high. The following data were collected from 144 interviews. 77% of Eritrean and Ethiopian refugees have told of have been victims of physical attacks such as punches, slaps, kicks and whipping (compared to 63% of patients from other countries Africa). 23% of patients Eritreans and Ethiopians have reported suffered burns, branding, electric shock, and suspension by the hands or feet. None of the patients coming from other countries said to have suffered this kind of torture. The 94% of Eritreans and Ethiopians said that he was deprived of food and 74% said that he was deprived of water. The phenomenon has occurred even among other African refugees and 80% was deprived of food and 53% has been deprived of water. Two weeks ago, the Israeli daily Yediot Aharonot has achieved a in-depth report entitled Desert Hell (Inferno Desert) where PHR Israel denounced the torture and abuse, now institutionalized, suffered by the refugees (especially those from Ethiopia and Eritrea) in the Sinai during their journey to Israel. According to numerous accounts, groups of about 200-300 Eritreans are brought into the Sinai, where they are held in containers or areas enclosures. The prisoners are subjected to beatings or torture by burns, while the smugglers call their relatives asking the immediate transfer of money in exchange for the guarantee for the release and for transit to the border with Israel. Because of large sums in ransom demands, often take weeks or even months so the refugees could reach the border. E 'during this period that women are separated from the group, held in secluded areas and subjected to repeated sexual acts, abuse and rapes at the hands of their captors. Last weekend week, PHR-Israel has gathered new evidence which lead to believe that the situation in the Sinai is becoming increasingly precarious. Whereas previously the victims were required to pay between 2500-3000 dollars, the sum now claimed as ransom of $ 10,000. According to what has been reported to PHR-Israel, sources close to the hostages seized in the present desert, about 220 people are currently held by smugglers in a 'torture camp' of Sinai. The group of 80 individuals who are arrived a month ago were added last week, 140 refugees directed towards Israel.

13/12/2010 - 11.30 ISRAELE: TORTURE E STURPI NEL DESERTO DEL SINAI, IL DURO CAMMINO DELLE MIGRANTI

(IRIS) - ROMA, 13 DIC - Rifugiati e richiedenti asilo in fuga da conflitti, genocidi, carestie e torture affrontano un viaggio estremamente difficoltoso senza alcuna assistenza sanitaria. Migliaia di persone fuggono da Eritrea, Etiopia, Sudan e altri paesi africani in cerca di sicurezza e di protezione, passando per l'Egitto, in un ambiente ostile e insicuro. Una volta arrivati in Israele, vengono immediatamente detenuti , spesso per diversi giorni o settimane, e a volte anche per mesi. Dopo la detenzione, molte di queste persone arrivano alla Open Clinic di Medici per i Diritti Umani Israele (PHR – Israele) a Tel Aviv-Jaffa per ricevere assistenza per le malattie e i traumi sofferti durante il viaggio. L’Open Clinic è un centro medico aperto gestito da medici volontari israeliani che fornisce cure mediche a persone sfornite di qualsiasi copertura sanitaria e s’impegna in un’azione di advocacy presso il governo israeliano per garantire una migliore protezione a rifugiati, richiedenti asilo, ed altri gruppi di migranti. Nei mesi scorsi, il personale della clinica ha rilevato un numero crescente di richieste di interruzione volontaria della gravidanza da parte di donne provenienti dal Sinai. Nelle conversazioni con i medici, molte donne hanno confessato di essere state violentate prima di entrare in Israele. Su un totale di 165 interruzioni volontarie di gravidanza seguite dalla clinica tra gennaio-novembre 2010, Medici per i Diritti Umani -Israele stima che la metà siano state richieste da donne violentate nel Sinai. Nello stesso periodo, 1.303 donne sono state sottoposte a trattamenti ginecologici, la maggior parte dei quali resisi necessari a causa delle violenze subite nel Sinai. Le difficoltà affrontate nel Sinai hanno anche provocato un aumento del numero di pazienti assistiti presso i servizi riabilitativi della Open Clinic. Nei primi 11 mesi del 2010, 367 persone sono state sottoposte a trattamento ortopedico e 225 a fisioterapia. Per raccogliere informazioni più precise sul cresente numero di casi di tortura, sequestro, stupro, abusi fisici e sessuali, PHR-Israele ha deciso di raccogliere in modo sistematico le testimonianze dei pazienti che arrivano in Israele attraverso il deserto del Sinai. Ad oggi, PHR-Israele ha intervistato un totale di 167 persone provenienti da Eritrea ed Etiopia, Sudan, Costa d'Avorio Leone, Somalia, Nigeria, Ghana, Congo e Sierra, tra cui 108 uomini e 59 donne. I primi risultati mostrano che i rifugiati eritrei ed etiopi subiscono le maggiori violenze e quindi ai fini del presente documento, le loro risposte sono state analizzate separatamente. Delle 13 donne che hanno accettato di rispondere alle domande circa episodi di violenza sessuale (22% del totale), il 38% ha risposto affermativamente. Se si eccettua la parte relativa alle violenze sessuali, la partecipazione alle interviste è stata elevata. I seguenti dati sono stati raccolti da 144 interviste. Il 77% dei rifugiati eritrei ed etiopi hanno raccontato di essere stati vittime di aggressioni fisiche, quali pugni, schiaffi, calci e frustate (rispetto al 63% di pazienti provenienti da altri paesi africani). Il 23% dei pazienti eritrei ed etiopi hanno riferito di aver subito bruciature, marchiature a fuoco, scosse elettriche, e sospensioni per le mani o i piedi. Nessun paziente proveniente dagli altri paesi ha raccontato di aver subito questo genere di torture. Il 94% degli eritrei ed etiopi ha riferito di essere stato privato di cibo e il 74% ha dichiarato di essere stato privato di acqua. Il fenomeno si è verificato anche tra gli altri rifugiati africani; l'80% è stato privato di cibo e il 53% è stato privato di acqua. Due settimane fa, il quotidiano israeliano Yediot Aharonot ha realizzato un approfondito reportage intitolato Desert Hell (Inferno Deserto) in cui PHR Israele denuncia le torture e gli abusi, ormai istituzionalizzati, subiti dai rifugiati (specialmente da quelli provenienti da Etiopia ed Eritrea), nel Sinai, durante il loro viaggio verso Israele . Secondo numerosi resoconti , gruppi di circa 200-300 eritrei sono portati nel Sinai, dove sono detenuti in container o aree recintate. I prigionieri sono sottoposti a tortura mediante percosse o bruciature, mentre i contrabbandieri chiamano i loro parenti chiedendo l’immediato trasferimento di denaro in cambio della garanzia per il rilascio e per il transito fino al confine con Israele. A causa delle ingenti somme richieste come riscatto, spesso sono necessarie settimane o addirittura mesi affinché i rifugiati possano raggiungere la frontiera. E’ durante questo periodo che le donne sono separate dal gruppo, detenute in ambienti appartati e sottoposte a ripetuti atti sessuali, abusi e stupri per mano dei loro rapitori. Lo scorso fine settimana, PHR-Israele ha raccolto nuove testimonianze che inducono a ritenere che la situazione nel Sinai stia diventando sempre più precaria. Mentre in precedenza alle vittime veniva richiesto di pagare tra i 2.500-3.000 dollari, attualmente la somma chiesta come riscatto è di 10.000 dollari. Secondo quanto è stato riferito a PHR-Israele da fonti vicine agli ostaggi attualmente sequestrati nel deserto, circa 220 persone sono attualmente detenute dai contrabbandieri in un 'campo di tortura' del Sinai. Al gruppo di 80 individui che sono arrivati un mese fa si sono aggiunti la scorsa settimana 140 profughi diretti verso Israele. Autore: red

domenica 12 dicembre 2010

Il dramma dei profughi eritrei sequestrati nel Sinai. La coscienza sporca dell'Occidente

Nel deserto del Sinai 250 profughi eritrei si trovano da mesi ostaggi di bande di predoni che chiedono 8000 dollari di riscatto per ciascuno di essi. Il governo egiziano, così solerte nel dare la caccia allo squalo che terrorizza i ricchi turisti di Sharm el Sheikh, non se ne occupa e la comunità internazionale appare muoversi con colpevole lentezza usando con molta parsimonia i deboli strumenti della diplomazia. Nel frattempo alcuni tra questi profughi sono stati uccisi, altri sarebbero stati venduti ad altre organizzazioni, probabilmente , dedite al traffico di organi. L'Eritrea nella sua giovane esistenza di nazione indipendente ha conosciuto sopratutto guerre e regimi autocratici che reprimono i più elementari diritti della persona. Molti dei profughi sequestrati avrebbero diritto all'asilo politico; ma in Europa non ci sono mai arrivati anche a causa della politica repressiva anti immigrazione perseguita dagli Stati che si affacciano nel bacino del Mediterraneo. Nella loro vicenda si specchia la cattiva coscienza delle ricche democrazie occidentali che li considerano degli indesiderati. Forse è proprio per questo che si preferisce lasciarli in balia della sorte.

sabato 11 dicembre 2010

Profughi eritrei, tragedia nel deserto Uccisi due diaconi tra i sequestrati

Ci sarebbero molte altre persone in fin di vita, comprese donne incinta e bambini. Le percosse sono quotidiane. Da qualche giorno viene negata loro l'acqua, al punto che molti sono costretti a bere la propria urina. Si ha notizia, infine, del trasferimento di altre persone, sparite dal gruppo e forse portate via per essere sottoposte all'espianto di organi, per pagare il riscatto. di CARLO CIAVONI Profughi eritrei, tragedia nel deserto Uccisi due diaconi tra i sequestrati ROMA - Sono stati uccisi due diaconi ortodossi che erano tra i 250 eritrei, tenuti in catena dai trafficanti di esseri umani nel deserto del Sinai egiziano dal 20 novembre scorso. I carcerieri li hanno ammazzati di fronte a tutti gli altri, accusati di aver lanciato l'allarme. E' quanto riferisce padre Moses Zerai, direttore dell'agenzia eritrea Habeshia, che tiene clandestinamente i contatti con i profughi attraverso i cellulari che gli stessi sequestratori mettono a disposizione delle loro vittime affinché chiamino chiunque, parenti oppure organizzazioni umanitarie, sia in grado di mandare loro il denaro per pagare il riscatto: 8000 dollari. Secondo quanto raccolto dal sacerdote, ci sarebbero anche molte altre persone in fin di vita tra quelle sequestrate, comprese donne incinta e bambini. Le loro condizioni sono gravissime per le percosse subite oggi pomeriggio. Oltre tutto, da qualche giorno viene negata loro l'acqua, al punto che molti sono costretti a bere la propria urina. Si ha notizia, infine, del trasferimento di altre persone, sparite dal gruppo e molto probabilmente portate da qualche parte per essere sottoposte all'espianto di organi, per pagare il riscatto. La situazione è dunque decisamente e precipitata. "Non si possono più aspettare i tempi delle diplomazie - ha detto padre Zerai - perché la gente sta morendo anche a causa della fame e della sete. Di fronte a questa autentica barbarie, chiediamo che la comunità internazionale condanni tutto ciò, e richiami il governo egiziano ad intervenire con decisione per sottrarre queste vite umane dalle mani dei trafficanti e il loro complici in quella regione del Sinai". Proprio ieri, una lettera di numerosi parlamentari italiani è stata inciata alla Comunità Europea affinché prendesse atto delle responsabilità del governo egiziano, che sicuramente esistono, il quale proprio ieri ha però replicato - in verità con qualche ragione - che le responsabilità originarie di questa drammatica situazione risiedono nei governi che si affacciano sul Mediterraneo e che hanno adottato politiche estremamente e indiscriminatamente restrittive, impedendo ai richiedenti asilo politico anche solo di arrivare da qualche parte per dimostrare di aver diritto a quello status. (11 dicembre 2010)

Immigrati, Onu invita Ue a non respingere chi chiede asilo

di Stephanie Nebehay GINEVRA (Reuters) - L'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha invitato oggi l'Unione europea e i suoi stati membri a garantire che i più stretti controlli alle frontiere non tengano fuori coloro che chiedono asilo perché vittime di violenze o persecuzioni. Secondo l'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Acnur), è calato il numero di immigrati irregolari e di richiedenti asilo che raggiungono l'Europa attraverso il Mediterraneo centrale a causa dei pattugliamenti in mare e dei cosiddetti "respingimenti", soprattutto da parte dell'Italia. E' aumentato il numero di persone che arriva via terra dalla Turchia attraverso la Grecia, dove agenti di Frontex, l'agenzia Ue per le frontiere, sono stati dispiegati per cercare di rallentare il flusso di immigrati, dice l'Acnur. "La nostra preoccupazione è che nel suo sforzo per contrastare l'immigrazione irregolare, l'Europa non dimentichi che tra coloro che cercano di entrare nella Ue ci sono persone che necessitano di protezione internazionale e che rischiano la loro vita", ha detto il portavoce dell'Acnur Andrej Mahecic durante un'informativa alla stampa. Molti fuggono da conflitti o da abusi in Afghanistan, Iraq e Iran, ha detto il portavoce. Prima dei respingimenti, si trattava soprattutto di africani, dal Sudan, dall'Eritrea e dalla Somalia. Antonio Guterres, Alto Commissario per i Rifugiati, ha detto in un discorso nei giorni scorsi che molti richiedenti asilo si vedono negare la protezione. "Alla radice di alcune delle disposizioni e interpretazioni della legge restrittive, di politiche pratiche che stanno facendo aumentare la mancanza di protezione, c'è un ritorno di razzismo e xenofobia". SPOSTARE IL PROBLEMA Italia, Grecia, Cipro e Malta hanno registrato forti cali negli arrivi via mare nell'anno passato, secondo l'Acnur. Sono circa 8.800 le persone giunte via mare in questi quattro paesi fino a ottobre, contro i 32.000 dello stesso periodo del 2009. L'Italia, che è stata a un lungo uno dei primi punti di ingresso per gli africani che cercavano di emigrare in Europa, si è assicurata l'anno scorso il sostegno della Libia per bloccare il flusso di migranti irregolari verso le sue coste. "Il blocco degli arrivi dal mare non sta risolvendo il problema, ma lo sta spostando altrove", ha detto Mahecic. Nella regione greca di Evros, c'è stato un parallelo forte aumento di arrivi via terra, con 38.992 censite fino a ottobre rispetto ai 7.574 dello stesso periodo del 2009. Ma i richiedenti asilo in Grecia hanno un "trascurabile possibilità" di vedersi riconosciuto lo status di rifugiati, ha detto il portavoce. Meno dell'1% di coloro che chiedono asilo nel paese vengono poi riconosciuti come profughi o hanno altre forme di protezione. "Le polizia di frontiera che bloccano indiscriminatamente gli arrivi incoraggiano i richiedenti asilo a provare ogni rotta, anche la più rischiosa e disperata, per mettersi in salvo, ragione per la quale un crescente numero di persone che cercano asilo si ritrovano nelle mani di reti di trafficanti di persone", ha detto il portavoce.

venerdì 10 dicembre 2010

Profughi senza scampo

10 Dicembre 2010 di Maddalena Maltese Fonte: Città Nuova Intervista a Vincenzo Buonuomo Prigionieri in Egitto, sono sfuggiti alla guerra, ma non ai trafficanti di esseri umani. Quale sarà destino dei detenuti eritrei? Uno dei profughi scampati ai taglieggiatori egiziani Tutto il mondo sta seguendo da giorni la situazione dei profughi eritrei, somali ed etiopi detenuti nel deserto del Sinai, in Egitto, da un gruppo di trafficanti di esseri umani. Le notizie arrivano col contagocce, ma sono sempre più agghiaccianti: 63 etiopi e una ventina di eritrei sono stati rilasciati, ma nuovamente arrestati al confine con Israele, mentre gli altri vengono divisi in piccoli gruppi per accaparrarsi il riscatto con maggior sicurezza. Quale sarà la loro sorte? Gli appelli delle organizzazioni internazionali sono davvero inutili? Bisognerà cedere a questi ricatti? Abbiamo intervistato il professor Vincenzo Buonuomo, ordinario di diritto e organizzazione internazionale alla pontificia università lateranense. Professor Buonuomo, perché queste persone fuggono dalle loro terre, consapevoli magari di incappare in questi trafficanti? La crisi del Corno d’Africa ha radici lontane nel tempo e diverse. In Somalia ad esempio non esiste un governo unico, ma tanti governi tribali, fatti da tanti piccoli gruppi che controllano il territorio attraverso le armi. Poi c’è l’incertezza delle condizioni di vita della popolazione, e quando parlo di incertezza non mi riferisco a uno sviluppo democratico, ma parlo proprio di vita ordinaria. Questi profughi sono in gran parte eritrei… L’Eritrea dopo l’indipendenza dall’Etiopia, negli anni ’90, vive anch’essa una situazione incerta ed è stata oggetto di frequenti osservazioni da parte delle Organizzazioni unite a proposito della tutela dei diritti fondamentali delle persone e dei gruppi minoritari. Poi c’è il conflitto per il possesso del confine con l’Etiopia, una volta deserto e ora deposito di fosfati e di altri minerali e quindi estremamente interessante. In primis poi c’è una crisi economica e alimentare che colpisce i bisogni essenziali e non riesce ad essere tamponata neppure dagli aiuti internazionali. La nazione vive in uno stato di assistenza continua, come se si trovasse perennemente in emergenza e dipende totalmente dagli aiuti esterni. Non riesce proprio ad essere autonoma. Tutto questo pesa sulla decisione di abbandonare il Paese e cercare altrove condizioni di vita umane e non parlo di speranza di vita, ma proprio di condizioni e per questo sfidano il rischio dei trafficanti. La situazione però sembra essersi acuita dopo i serrati controlli per l’ingresso in Europa… Direi che oggi ce ne stiamo accorgendo di più, ma questo è un problema che esiste da sempre, solo che adesso viene maggiormente preso in considerazione dai media a seguito di queste politiche di controllo delle frontiere europee. Mi chiedo quanti altri casi sono spariti nel nulla e non sono stati presi in considerazione dalla cronaca. Cosa c’è da sperare per questi profughi? Che tipo di contatti e che tipo di organizzazioni ci siano dietro questo sequestro non sono facili da capire. Quando si tratta di occidentali tante volte c’è l’appello a spegnere i riflettori sul caso per consentire accordi e contatti con questi gruppi che organizzano la tratta e può darsi che succeda qualcosa in direzione della liberazione. Al momento la situazione rimane estremamente incerta. Ma davvero l’Egitto e la Libia sono impotenti di fronte a queste bande? In questi paesi è difficile avere un controllo generale sull’intero territorio. Questi profughi si trovano in un’area desertica in mano a bande armate, gruppi paramilitari che sfuggono all’autorità ed esercitano un’attività criminale senza quasi essere intercettati. Anche il trasferimento in Israele non può essere garantito, proprio per quest’insicurezza, ma è una notizia da approfondire. Anche Israele vuole proteggersi con un muro e garantirsi la sicurezza, anche se deve essere militarizzata e armata. Le organizzazioni umanitarie e la stessa Europa devono arrendersi? Farei una distinzione tra la sensibilità dei Paesi della sponda nord del Mediterraneo e della sponda sud. Qui gli appelli e gli interventi godono di una sensibilità limitata. Bisogna lavorare alla cooperazione, in modo concreto e reciproco poiché questi stati da soli non possono farcela. Un limite della prospettiva europea però è quello di assistere e aiutare ma per far passare valori che fanno parte della nostra quotidianità, ma che in altri paesi non trovano accoglienza. Il rispetto dei diritti della persona, la parità uomo donna, l’attenzione verso i bambini e i più giovani, l’eliminazione della tratta, per noi sono essenziali non altrettanto per gli altri. Ad esempio il campo profughi del Polisario, è gestito con forti limitazioni della libertà da parte del Marocco: basterebbe un referendum per garantire indipendenza a quella parte della regione, ma questo esercizio democratico non è compreso. Abbiamo parlato dell’Europa, ma nelle politiche migratorie, ogni Paese di fatto è autonomo… E’ vero i Paesi europei cercano di proteggere le loro frontiere, da quella che potrebbe essere un’immigrazione non controllabile, in modo autonomo. Demandano all’Europa l’impegno e il compito della cooperazione, che però va fatta su un piano bilaterale. Non tutto può essere concesso ai paesi in transito, ma vanno studiati interventi che diano garanzie sul lungo periodo e questo vale non solo per il Mediterraneo. In fondo anche Egitto, Libia e Israele sono oggetto di immigrazione anch’essi. Tutto va demandato agli Stati o la società civile può intervenire? Gli esperti citano spesso una parola advocacy, sostegno e questo può agire al di là dell’attività diplomatica o tecnica. Si tratta di un sostegno sul lungo periodo che può servire a sensibilizzare le opinioni pubbliche di quei paesi. Invocare un atteggiamento diverso attraverso appelli, campagne può davvero produrre cambiamenti nell’opinione pubblica e incidere sui modi di pensare e di agire. Ci vuole la formazione delle coscienze su questi temi, perché lavorare su dei progetti non è l’unica strada, occorre educare le persone perché possano esprimere una loro governante capace di gestire questi nuovi problemi e se questo viene recepito tutti ne avremo un vantaggio.

ERITREI RAPITI: EGITTO, COLPA DI CHI NON LI HA ACCOLTI

10 Dicembre , 13:15 (ANSAmed) - IL CAIRO, 10 DIC - Il ministero degli Esteri egiziano si dice ''sorpreso dalle dichiarazioni attribuite ad alcune parti che non hanno tenuto in considerazione la sofferenza di questi eritrei, cominciata col rifiuto di certi Stati ad accoglierli e che si sono infiltrati in Egitto in modo illegittimo''. E' quanto si legge in un comunicato del ministero degli Esteri egiziano, prima presa di posizione ufficiale sulla vicenda del gruppo di eritrei tenuti in ostaggio nel Sinai. Il comunicato sottolinea inoltre che le informazioni ''circolate a questo riguardo non sono confermate''. Nel comunicato Mohamed Abdel Hakam, assistente del ministro egiziano per l'immigrazione, i rifugiati e per gli egiziani all'estero, ha lanciato un appello ''alle parti interessate ad essere obiettive e ad assumersi la loro responsabilita', determinate dal diritto internazionale''. Commentando le informazioni pubblicate dalle agenzie di stampa a proposito della detenzione di un gruppo di eritrei nel Sinai da parte di formazioni criminali - si legge nel comunicato - Hakam ha affermato che le informazioni circolate a questo proposito non sono confermate, aggiungendo che questi eritrei sono entrati in Egitto con mezzi illegittimi e non attraverso gli accessi legali del Paese''. Hakam ha aggiunto che ''malgrado gli sforzi intensi da parte della sicurezza nulla conferma finora la detenzione di questi eritrei o la morte di alcuni di loro'', sottolineando le ''poche informazioni non precise circolate dai media a questo proposito''. I servizi di sicurezza - ha concluso - ''proseguono i loro sforzi senza sosta per assicurare l'autenticita' di queste informazioni'', ribadendo gli avvertimenti del ministero degli Esteri ''contro i pericoli dell'immigrazione clandestina''.(ANSAmed). © Ansamed - tutti i diritti riservati

Profughi nel deserto del Sinai, le responsabilità italiane

di Elisabetta Viozzi Il governo va particolarmente fiero della sua politica sull’immigrazione, tanto da includere gli accordi con la Libia e i conseguenti respingimenti tra i suoi successi. In effetti, di barconi, a Lampedusa e sulle coste siciliane, se ne vedono molti meno. E, quei pochi, fanno dietro-front verso Tripoli. Ma cosa accade dopo? Le notizie di questi giorni ce ne danno un chiaro, terribile esempio. Da oltre un mese un gruppo di 250 persone, inclusi circa 80 eritrei, sono tenute in ostaggio dai trafficanti nel deserto del Sinai, in Egitto. I rapitori chiedono 8mila dollari di riscatto per il rilascio di ciascuno di loro, sottoponendoli ad abusi e privazioni. Ogni anno migliaia di persone cercano di attraversare il confine egiziano per recarsi in Israele e spesso si affidano a trafficanti beduini senza scrupoli. In questa vicenda si contano purtroppo le prime vittime (sei) e le notizie si fanno sempre più inquietanti: si parla anche di espianto di organi da vendere nel mercato dei trapianti illegali. Impossibile non guardare alle responsabilità italiane: molti degli 80 eritrei sono stati respinti verso la Libia dalle nostre coste. Poi, usciti dal carcere libico in seguito ad un’amnistia, hanno intrapreso il terribile viaggio nel deserto, per finire nelle mani dei loro aguzzini. Rifugiati, persone che avrebbero diritto alla protezione del nostro paese, secondo il diritto internazionale, ma anche secondo la più elementare umana solidarietà, ora si trovano nel deserto, in catene, torturati ed in pericolo di vita. Il successo della politica sull’ immigrazione andrebbe misurato anche fuori dai nostri confini. Ascolta l'intervista a don Mussie Zerai, sacerdote eritreo responsabile dell'agenzia Habesha

COMUNICATO STAMPA

Roma 10 dicembre 2010 PROFUGHI NEL SINAI: PARLAMENTARI ITALIANI LANCIANO UN APPELLO ALL’UNIONE EUROPEA PER EVACUAZIONE UMANITARIA Deputati e Senatori del Parlamento Italiano e rappresentanti di associazioni umanitarie hanno oggi lanciato un appello alle Istituzioni Europee affinché ci sia un loro immediato interessamento per promuovere una evacuazione umanitaria del gruppo di profughi sequestrati in Sinai verso il territorio europeo. Firmatari dell’appello Savino Pezzotta, Livia Turco, Matteo Mecacci, Rita Bernardini, Paola Binetti, Benedetto Delle Vedove, Guido Melis, Marco Perduca, Flavia Perina, Jean Leonard Touadì, Luigi Zanda, Gennaro Malgieri e Luigi Manconi Presidente di A Buon Diritto. L’appello raccoglie la proposta lanciata dal Consiglio Italiano per i Rifugiati - CIR per spingere affinché si agisca subito attraverso una evacuazione umanitaria dei profughi sequestrati. Una volta in salvo sul territorio dell’Unione si potrà deciderne la distribuzione tra i diversi Stati Membri rispetto alla disponibilità che i Governi dovranno segnalare, nella logica di una equa condivisione di responsabilità. L’evacuazione umanitaria rappresenta l’unico segnale in grado di garantire alle autorità egiziane che, nel caso della liberazione dei profughi, non verrebbero lasciate sole nella gestione di questa difficile crisi umanitaria, ma riceverebbero il supporto dell’Unione Europea. E' necessario sottolineare che molti di questi migranti sono stati costretti a una nuova via di fuga dopo la chiusura delle frontiere europee a seguito della politica dei respingimenti. Molti provengono dalla Libia e ci sono testimonianze circa la presenza tra questi di persone respinte a pochi chilometri delle coste italiane. “Confidiamo che questa iniziativa sia raccolta dalle istituzioni europee quale unica soluzione a questo punto per salvare la vita dei rifugiati e dare loro la protezione a cui hanno diritto” dichiara Christopher Hein Direttore del CIR. Per ulteriori informazioni: UFFICIO STAMPA CIR - Valeria Carlini tel. + 39 06 69200114 int. 216 E-mail: carlini@cir-onlus.org Sito www.cir-onlus.org

CROLLO DEGLI ARRIVI VIA MARE NEL MEDITERRANEO - UE E FRONTEX ASSICURINO ACCESSO ALL’ASILO

UNHCR Briefing bisettimanale alla stampa 10 dicembre 2010 - CROLLO DEGLI ARRIVI VIA MARE NEL MEDITERRANEO - UE E FRONTEX ASSICURINO ACCESSO ALL’ASILO ************************** L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) chiede agli Stati Membri dell’Unione Europea e a FRONTEX - l’Agenzia Europea per le Frontiere Esterne - di assicurare che l’asilo in Europa non venga minacciato dalla tendenza ad applicare politiche di frontiera più restrittive. Nello sforzo di arginare l’immigrazione irregolare, l’Europa non deve dimenticare che tra coloro che cercano di entrare nell’Unione ci sono anche persone che hanno bisogno di protezione internazionale e le cui vite sono in pericolo. L’Europa è una destinazione sia per i migranti che per i richiedenti asilo. Queste due categorie di persone hanno scopi e necessità differenti. I migranti sono alla ricerca di un’occupazione o di altre opportunità economiche, mentre i rifugiati sono persone in fuga dalla persecuzione e dalla violenza - non possono fare ritorno a casa finché la situazione nel loro paese non cambia. Ed è di quest’ultima categoria di persone di cui si occupa l’UNHCR. La prova di quanto sia diventato difficile trovare protezione in Europa risulta evidente analizzando i dati sugli arrivi via mare nel Mediterraneo centrale. L’Italia, la Grecia, Cipro e Malta hanno visto ridursi nettamente gli arrivi via mare negli ultimi due anni ed è certamente una conseguenza dei più rigidi controlli di frontiera, dei pattugliamenti congiunti e dei respingimenti in mare. L’UNHCR stima che circa 8.800 persone siano arrivate via mare in questi paesi nei primi 10 mesi di quest’anno, contro le 32mila dello stesso periodo del 2009 - una diminuzione del 72,5%. Quasi i due terzi degli arrivi via mare del 2010 si sono verificati in Grecia, un terzo in Italia e i restanti a Malta e Cipro (vedere sotto). Questo brusco calo non risolve il problema, ma semplicemente lo trasferisce altrove. Ciò è evidente considerando invece l’aumento repentino degli arrivi via terra nella regione greca di Evros. Ad Evros si sono registrati 38.992 arrivi nei primi 10 mesi di quest’anno, contro i 7.574 dello stesso periodo del 2009 - un incremento percentuale del 415%. L’UNHCR ha costantemente espresso le sue preoccupazioni sulla situazione umanitaria dei nuovi arrivati in Grecia e ha chiesto che l’Unione Europea aiuti questo paese affinché il suo sistema di asilo raggiunga gli standard adeguati. Un richiedente asilo che arriva in Grecia ha oggi scarse possibilità che la sua richiesta per ottenere lo status di rifugiato venga adeguatamente vagliata. Molte delle persone che arrivano in Grecia vengono detenute in condizioni estremamente difficili, e tra di loro ci sono anche minori non accompagnati e altre persone vulnerabili. La maggior parte di loro no ha accesso all’assistenza legale né ad un servizio di interpretariato. In tutto il mondo i fattori che costringono le persone a diventare rifugiate non sono in diminuzione. Nell’ambito dell’annuale “High Commissioner’s Dialogue” a Ginevra, l’Alto Commissario António Guterres ha lanciato questa settimana un nuovo appello per giungere ad accordi su una migliore suddivisione degli oneri con i paesi più poveri che ospitano i quattro quinti dei rifugiati nel mondo. L’UNHCR riconosce la necessità della gestione delle frontiere, ma questo non può prescindere dalla protezione dei rifugiati. Le politiche di controllo dei confini che bloccano indiscriminatamente gli arrivi non fanno che spingere i richiedenti asilo a percorrere vie ancora più rischiose e disperate per cercare salvezza - questa è la ragione per la quale oggi sempre più richiedenti asilo si trovano nelle mani dei trafficanti. Ulteriori informazioni: Arriv i via mare per paese - Italia: 3.400 arrivi via mare nei primi 10 mesi di quest’anno. Erano stati 8.500 e 29.500 rispettivamente nello stesso periodo del 2009 e del 2008. - Malta: 30 arrivi via mare nei primi 10 mesi di quest’anno. Erano stati 1.500 nello stesso periodo del 2009 e 2.775 in tutto il 2008. - Cipro: 7 arrivi via mare ei primi 10 mesi di quest’anno. Erano stati 130 e 1.000 rispettivamente nello stesso periodo del 2009 e del 2008. - Grecia: 5.400 arrivi via mare nei primi 10 mesi di quest’anno. Erano stati 22.000 nello stesso periodo del 2009 e 30.500 in tutto il 2008. Arrivi via terra - 38.992 persone hanno attraversato il confine fra Turchia e Grecia, nella regione greca di Evros, nei primi 10 mesi di quest’anno, contro le 7.574 dello stesso periodo del 2009. Tassi di riconoscimento dello status di rifugiato - Grecia, Italia, Malta - La debolezza del sistema di asilo in Grecia è dimostrata dal fatto che meno dell’1% delle persone che fanno richiesta di asilo ottengono lo stato di rifugiato o una forma alternativa di protezione internazionale. - Nel 2008, prima che venisse adottata la pratica dei respingimenti, il 70-75% circa delle persone arrivate in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo. Di queste, circa il 50% ha ottenuto lo status di rifugiato o una forma alternativa di protezione internazionale. - Circa l’84% delle persone arrivate a Malta via mare tra il 2002 e il 2010 hanno fatto richiesta di asilo. Di queste, circa il 56% ha ottenuto lo status di rifugiato o una forma alternativa di protezione internazionale. Per ulteriori informazioni: Ufficio stampa -- 06 80212318 -- 06 80212315 Portavoce: Laura Boldrini -- 06 80212315 -- 335 5403194 www.unhcr.it